Death Note e il nuovo capitolo: ne avevamo bisogno?

Era una tranquilla giornata di post Natale dell’ormai passato 2019 quando vedo per la prima volta la notizia di un regalo inaspettato: Death Note sarebbe tornato con un nuovo capitolo. Lì per lì non ho voluto crederci. Però qualche settimana dopo la notizia ritorna, si ripete, diventa sempre più grande. Poi arriva una data: il 4 febbraio 2020 uscirà il nuovo capitolo di Death Note su Jump SQ, rivista edita da Shueisha. Quanto mi ha fatto girare le scatole.

Ma qual è la trama di questo nuovo capitolo?

Death Note nuovo capitolo

La one-shot dal titolo Justice or Evil vedrà ritornare un Near molto cresciuto (e dai capelli molto lunghi) e un Ryuk annoiato e affamato di mele. Ovviamente ci sarà un nuovo Kira, anche se molto diverso da quello che conosciamo così bene. Per tutti quei fan che sperano in un continuo della saga, resteranno molto delusi al riguardo: si tratta di una storia autoconclusiva di quasi 90 pagine che non avrà future serializzazioni.

Lo storyline sembra molto simile alle vicende del manga originario: Ryuk scarica il Quaderno della Morte nelle mani del nuovo Kira, Near/L si muove per fermarlo. Ma in questo caso Tsugumi Ohba e Takeshi Obata (autori di Bakuman e di Platinum End) hanno dato vita a una storia completamente diversa. In che modo? Perché stavolta il Death Note verrà usato in una maniera del tutto inaspettata.

Come mai giro intorno alla trama senza dire la trama? Perché sono come un San Tommaso pagano: se prima non vedo, non credo. E prima di rivelare notizie sbagliate su una storia che potrebbe essere completamente diversa da quella che pensiamo, preferisco non sbilanciarmi. Per ora mi limiterò a lamentarmi – come sotto sotto mi piace fare – di un manga che ho adorato con l’intensità di mille soli ma che, proprio perché l’ho amato così tanto, è tempo di lasciarlo andare.

C’era davvero bisogno di un nuovo capitolo di Death Note?

Death Note manga

Con tutta sincerità? No, non ce n’era bisogno. E mi piange il cuore a dirlo in questo modo. Sono una di quelle persone che costruirebbe un altarino intorno al culto personale di Death Note e gli rivolgerebbe una preghierina mattina e sera. È stata una delle prime serie manga che ho collezionato e una delle mie prime ossessioni. Light è stato persino uno dei miei primi “cosplay” portato a un carnevale della mia città quando ancora non avevo idea di che cosa fosse una buona base per il trucco e a cosa servissero le parrucche.

Mi sono letta tutto il leggibile, vista tutto quello che c’era disponibile e collezionata tutte le fanart e doujinshi yaoi su Light ed L – e non mi pento di niente. Dopo il tentativo americano di fare un film su Death Note e l’annuncio di un suo seguito, mi ero ripromessa di non dare più così tanta attenzione a questa saga, relegandola a un posto molto speciale nel mio cuore e nei miei ricordi. Poi è arrivata la notizia di un nuovo capitolo.

Death Note film
Il “Light” del film americano

È ancora presto per parlarne e per giudicarlo, questo è vero, ma soffermiamoci un attimo a pensare a questo: quanto bisogno c’era di un nuovo capitolo di Death Note? Pochissima, soprattutto da quando la storia si è conclusa ben 14 anni fa con un finale molto esaustivo: la minaccia di Kira è stata sventata e Near ha vinto, ma comunque nel mondo è rimasta traccia dell’operato di Light al punto tale che è stato creato un vero e proprio culto in suo onore. In un certo senso, Light ha perso la battaglia, ma ha vinto reincarnandosi nei cuori degli uomini come un nuovo dio. Finché sopravvivrà nella memoria di chi lo ha seguito, resterà immortale e la sua parola verrà portata avanti. Basta questo per diventare una divinità.

Davanti a un finale del genere è difficile proporre una storia ugualmente bella. Da dove riprendere le fila? Parliamo di come si sviluppa il culto di Kira? Come si comporterà Near nel corso degli anni? Dopo il casino combinato da Ryuk nel mondo umano, è cambiato qualcosa nel mondo degli shinigami?

Morto un Kira, se ne fa un altro

Creare un nuovo Kira, con la stessa forza di Light, è già di per sè difficile perché ne sarebbe venuta fuori una copia scadente. Basti vedere il breve operato di Cheap Kira, l’antagonista di una one-shot creata per sponsorizzare l’uscita del film L Change the WorLd (Hideo Nakata, 2008), che uccideva soltanto le persone anziane o coloro che desiderano la morte. Da giustiziere dei malvagi ad assistente al suicidio il passo è stato breve.

Death Note one-shot

È vero anche che un personaggio come Light Yagami è un’eccezione e difficilmente si sarà in grado di fare un protagonista altrettanto d’impatto senza che risulti una copia spudorata dell’originale: possiamo creare un personaggio agli antipodi di questa caratterizzazione, per mostrare lo scarto tra il vecchio e il nuovo, altrimenti finiremo in un’ulteriore ridicolizzazione di Kira e del suo operato. Di questo ne abbiamo già avuto dimostrazione e non ha funzionato.

La forza di Death Note sta nei personaggi scritti e nelle vicende che li vedono coinvolti, che riescono a mantenere alta la suspence fino alla fine. Aspettarsi una simile forza anche in un capitolo conclusivo non sarà possibile, soprattutto perché ci sono voluti 12 volumi per far prendere forma al confronto tra Kira ed L. Non è questo che mi aspetto. Penso soltanto che dopo molti anni passati dalla sua conclusione sia superfluo uscire all’improvviso con una storia che cercherà di avvicinarsi alle vette del manga senza però riuscire a raggiungerlo.

Soltanto per nutrire la nostalgia dei fan, riempiendo così il vuoto tra una one-shot casuale e l’attesa del sequel di un Death Note americano di dubbio gusto. Ma sono soltanto una vecchia Nappa burbera che si lamenta a suon di “ai miei tempi Kira uccideva sempre in orario”, cosa ne posso sapere io?

I videogiochi del decennio secondo la Nappa

La serie Metro

È soprattutto l’ambientazione che colpisce in questo sparatutto stroy-driven, oltre alla coraggiosa assenza di modalità multiplayer che sarebbe stata estremamente disorganica con il resto della produzione (sì, Mass Effect e Dragon Age Inquisition, sto guardano proprio voi). La componente narrativa è estremamente potente, supportata da un world building curato ed originale, in cui gli abitanti di Mosca sono costretti a rifugiarsi nella Metro della propria città dopo l’avvento dell’apocalisse nucleare.

La serie si sviluppa in tre capitoli principali in cui vestiremo i panni del protagonista Artyom, accompagnandolo nel suo percorso di crescita e sopravvivenza all’interno (e poi all’esterno) delle gallerie moscovite dove si scontrerà spesso con la dura realtà di un mondo in rovina. Il gameplay solido unisce fasi sparatutto più classiche unite a strategiche sezioni stealth in cui dovremmo sfruttare a nosto vantaggio l’ambiente circostante per farci largo in modo furtivo tra i nemici.

Alcune fasi della campagna sono impreziosite da ispiratissime sezioni horror in grado di fondere magistralmente tensione e momenti jump-scare grazie alla claustrofobia degli ambienti in cui ci muoveremo. La trama poi dà spesso una chiave di lettura interessante, specialmente quando riesce ad unire elementi così apparentemente dicotomici come il post-apocalittico e il misticismo. In definitiva una trilogia consigliata agli amanti degli sparatutto che si sono stancati di interpretare i soliti Marine americani pronti a sparare all’ennesimo terrorista russo cattivo.

Monster Hunter World

Monster Hunter World e la sua espansione Iceborne sono l’apice della serie di Monster Hunter ed un sogno per i tanti veterani che, come me, hanno iniziato la propria carriera di caccia sulle sponde della PSP con Monster Hunter Freedom. La categoria a cui appartiene MHW dovrebbe essere quella degli action con aspetti rpg, ma solo per quanto riguarda l’equipaggiamento. Sono infatti assenti livelli del personaggio, statistiche personali o qualsivoglia scelta morale da compiere.

L’esperienza di MHW però si realizza pienamente attraverso il suo essere game as a service dotato di endgame, con i suoi mille tecnicismi, il meta, le build e la scelta degli equipaggiamenti e delle armi che lo rendono un videogioco “duro e puro”, slegato da qualsivoglia pretesa narrativa, e che punta tutto su un gameplay che necessita di centinaia di ore anche solo per essere padroneggiato. Non è un caso che, avendo 14 tipi di armi, ci sono 14 tipi di gameplay, ognuno completamente diverso dall’altro. Questo ha formato nel corso degli anni una community estremamente appassionata e competente, sempre alla ricerca di un mostro più grande e potente da abbattere.

E poi che dire dell’egregio lavoro svolto da Capcom con il supporto a questo titolo? Aggiornamenti sempre gratuiti e costanti, nuovi mostri, eventi stagionali e bilanciamenti che denotano una cura particolare nel proprio prodotto e nel rispetto dei propri consumatori. Insomma se cercate un’esperienza di gameplay “pura” questo è il gioco che fa per voi.

Ah, e Charge Blade e lancia fucile > all.

The Witcher 3

Nutrendo un discreto disprezzo per i CRPG, il mio gioco di ruolo del decennio e della generazione è per forza di cose The Witcher 3, testimoni le mie 300+ ore sul titolo. Ammetto per correttezza di essere di parte, poiché la mia storia d’amore con Geralt di Rivia inizia ben prima che con i videogiochi e se domani uscisse fuori un tostapane griffato con la faccia del nostro Strigo preferito probabilmente lo acquisterei senza pensarci.

Quali sono quindi le motivazioni per giocare a tale titolo? Davvero devo elencarvele? E davvero non avete ancora giocato The Witcher 3 a fine 2019? Beh, potremmo iniziare dicendo che è un gioco del 2015 e che ancora oggi, quasi 5 anni dopo, riesce a dare ancora del filo da torciere a molti tripla A sul lato tecnico. Ogni maledetta quest secondaria di questo titolo vale due volte la quest principale di un qualsiasi altro action (non ci sono fetch quest, sia lodata Melitele e maledetto Dragon Age Inquisition) e narrativamente riesce ad amalgamare  concetti adulti e complessi con momenti memorabili e tematiche bellissime, come quello del rapporto padre-figlio (su questo argomento abbiamo scritto un articolo proprio qui). Mi è appena venuta voglia di rigiocarci comunque.

Infine, in quanto ci ho giocato dopo aver letto i libri è giusto sottolineare come questo gioco sia il naturale proseguo di questi ultimi, creando un canone che si amalgama perfettamente alle opere originali e che le prosegue in modo naturale, senza riscrivere o stravolgere la natura dell’opera originaria. E poi se hai letto i libri ci sono continui riferimenti e strizzatine d’occhio ad essi, cosa che ovviamente strappa più di un sorriso a chi come me ha iniziato dalla saga letteraria.

Infine un piccolo appunto sui design di armi e armatura: tutte bellissime nel loro essere low-fantasy e realistiche. Adoro.

Call of Duty Black Ops 1 e 2

Per alcuni Call of Duty non dovrebbe nemmeno essere nominato quando si parla di stilare liste dei migliori giochi di un determinato periodo, ma per me i primi due Black Ops hanno rappresentato una discreta fetta della mia adolescenza. E, a mio avviso, sono i migliori capitoli della serie.

Anzitutto la trama: il primo capitolo presenta una campagna lineare ma estremamente affascinante, ambientata durante la Guerra Fredda  e dai toni quasi paranormali. È nel secondo gioco però che la Treyarch dà il meglio di sè, creando una campagna non lineare, con scelte narrative che portano a conseguenze e finali diversi, mentre le missioni ambientate nel passato si intrecciano ad un futuro non troppo lontano e plausibile. Stupenda.

Ovviamente però il vero cuore pulsante di ogni Cod è la sua modalità multiplayer, ed è qui che entrambi i titoli trovano la loro massima realizzazione: mappe, armi, specialità e ricompense uccisone. Non c’è un singolo aspetto di tali prodotti che non fosse curato in modo perfetto nel suo bilanciamento, ed è questo che secondo me nessuno ancora in questa serie è riuscito a raggiungere, nemmeno la stessa Treyarch con i successivi capitoli di Black Ops.

Persona 5

Vi piace l’animazione Giapponese?
Vi piacciono i JRPG?
Vi piacciono i giochi belli?

Se la risposta è si ad almeno 2 di queste 3 domande, allora dovreste proprio giocare Persona 5. Vi rimando a questo post sulla nostra pagina Facebook per maggiori dettagli.

Red Dead Redemption e God of War

Metto assieme i due protagonisti dello scorso duello per decidere il videogioco dell’anno, poiché hanno in comune il fatto di essere due giochi collegati ad un forte fattore “caciarone”.

Nelle sue precedenti edizioni la serie GoW ha spinto molto forte su temi come gore, l’epicità spicciola e anche l’erotismo, mentre nel nuovo God of War siamo passati ad un soft reboot che diventa un’epopea estremamente matura e coinvolgente. Un viaggio di crescita per Kratos e suo figlio verso una nuova maturità, sia come personaggio che come videogioco. Discorso simile anche per RDR2, dove dalla Rockstar, fautrice del più famoso “giocazzeggio” del mercato, ovvero GTA, è stato prodotto un videogioco con una componente narrativa estremamente matura e avvincente, unita ad una cura per il dettaglio a dir poco ossessiva, che giustifica i molti anni di sviluppo

Se alla maturità narrativa di questi titoli aggiungiamo un comparto tecnico di ultimissima generazione e un gameplay sopraffino per ambedue i titoli, non posso far altro che consigliarli in modo assoluto a qualunque videogiocatore.

Note di merito

Ci sono moltissimi altri videogiochi che vorrei inserire in questa lista, ma non posso certo scrivere un articolo di 5000 parole. Qui di seguito farò allora una breve carrellata di tutti quei titoli che avrebbero meritato un posto in questa lista:

  • La serie Souls: la trilogia di Dark Souls colpisce per il suo gameplay tecnico e avvincente, che ha praticamente reso obsoleti tutti gli action rpg usciti prima di esso (sì, Skyrim, sto guardando te). Inoltre ogni titolo rivela delle storie dall’impatto emotivo devastante.
  • Zelda Breath of the Wild: è il videogioco che ha rivoluzionato il concetto di open-world, dove ogni centimetro della mappa ha qualcosa di interessante da farti assaporare, stimolando un’esplorazione continua e pregna di contenuto. Purtroppo ci sono delle scelte di design che non riescono a farmelo apprezzare in toto, come ad esempio la meccanica della rottura delle armi, ma per il resto è forse la più impattante killer application che la Nintendo abbia mai prodotto.
  • Alan Wake: le atmosfere che Remedy è riuscita a confezionare con questo titolo non sono più riuscito a riviverle: una vera perla da tentare di recuperare assolutamente. In questi giorni sto giocando a Control, nuova fatica dello stesso team di sviluppo e si respira una certa affinità tra i due. Speriamo bene.
  • La trilogia di Mass Effect: nonostrante il primo capitolo sia targato 2007, in realtà questa Space Opera può essere vista come un unico enorme videogioco, dove le scelte fatte in ogni capitolo possono avere ripercussioni sul finale. Un gameplay e un level design non troppo ispirati erano controbilanciati egregiamente da una componente narrativa e rpg egregia. Peccato per come la serie si sia evoluta con Andromeda. Ne abbiamo parlato anche in un nostro articolo qui.

Tra realtà e fiaba: filmografia di Matteo Garrone

Da qualche giorno è uscito nelle sale italiane Pinocchio, il nuovo film di Matteo Garrone. Il regista romano non è del tutto nuovo al tema favolistico: si può dire, in un certo senso, che tutta la sua filmografia ne sia pregna, però in un modo non convenzionale. La realtà che mette in cena ha il gusto di una favola nera, crudele, non sempre comprensibile, ma adatta a chi vuole leggere tra le righe.

In attesa di andare a vedere il nuovo film di Garrone, ripercorriamo un po’ la sua filmografia.

Terra di Mezzo/Ospiti (1996/1998)

Terra di Mezzo - Matteo Garrone

I primi due film di Garrone risentono dell’interesse del regista per il neorealismo e per le vicende di emarginati nella sua amata Roma. Terra Di Mezzo è diviso in tre episodi: il primo (Silhouette) racconta la vita di alcune prostitute nigeriane nella periferia di Roma; il secondo (Euglen & Gertian) tratta di due ragazzi albanesi che offrono lavoro al nero, a basso costo, sempre nella periferia di Roma; infine il terzo (Self Service) racconta di un uomo egiziano che lavora come benzinaio abusivo, di notte, in un distributore della città.

Ospiti - Matteo Garrone

Ospiti è un film che parte dalla stessa base del precedente, ma si concentra unicamente su una storia, ovvero quella di Gheni e Gherti, due giovani immigrati albanesi che lavorano in un ristorante di Roma e vivono a casa di un fotografo, Corrado. Questi primi due progetti sono ancora acerbi, ma hanno già uno stile ed una tematica (quella di emarginati) che saranno centrali in quasi tutta la filmografia di questo grande regista.

Estate Romana (2000)

Estate romana - Matteo Garrone

Il terzo film di Garrone è sempre dal taglio nettamente documentaristico e neorealista, ma comincia a presentare una maggiore narrativa.

La trama è incentrata nuovamente sul tema dell’emarginazione sociale, che stavolta riguarda Rossella e Salvatore. La prima è un’attrice del teatro d’avanguardia romano degli anni ‘70 (interessante il fatto che Rossella Or interpreta praticamente se stessa), tornata a Roma dopo anni per rifarsi una nuova vita; nella sua casa in città vive attualmente il suo amico Salvatore, uno scenografo di origine napoletana in stato di lavoro precario, impegnato a preparare la scenografia per uno spettacolo.

Estate Romana definisce maggiormente lo stile di Garrone, che tuttavia rimane ancora acerbo e non ben indirizzato. Nonostante i buoni propositi, questo dramma esistenziale in una Roma soffocata dal caldo estivo non convince in pieno, e sembra girare troppo spesso a vuoto senza niente di significativo da dire. In ogni caso, il talento del regista è pronto ad esplodere con il successivo L’Imbalsamatore, uno dei migliori noir italiani degli anni 2000.

L’imbalsamatore (2002)

L'imbalsamatore - Matteo Garrone

Il film dei silenzi, delle parole non dette, dell’incomunicabile: ecco come definirei questa pellicola di Garrone. Come già successo per Dogman, anche questo racconto è ispirato a un fatto di cronaca, l’assassinio di Domenico Semeraro, detto “il nano di Termini”, per mano del suo protetto Armando Lovaglio.

Peppino è un imbalsamatore napoletano molto abile e i suoi servigi sono richiesti perfino dalla camorra, che lo sfrutta per lo spaccio di sostanze stupefacenti. Un giorno conosce Valerio. Valerio è bellissimo, altissimo, appena ventenne. Peppino è affetto da nanismo, si vede e si sente brutto, conduce un’esistenza solitaria. Nel giorno in cui conosce il ragazzo, che farà diventare suo apprendista nel lavoro di tassidermia, la vita di Peppino improvvisamente si illumina.

L’imbalsamatore è una struggente fiaba nera che racconta tutto senza dire niente: i tre protagonisti della storia, Peppino, Valerio e Deborah, si incontrano e si scontrano senza mai riuscire veramente a comunicare. Ci sono intere scene di silenzi che dicono molto più di quello che i personaggi vorrebbero rivelare. L’ossessione e l’amore non ricambiato di Peppino nei confronti di Valerio fanno precipitare gli eventi anche quando sembra che tutto possa restare immutato.

Incredibile è stata la recitazione di Ernesto Mahieux, che buca letteralmente lo schermo con un carisma impareggiabile, tratteggiando il personaggio di Peppino con un realismo doloroso. Il film dura poco (a malapena un’ora e mezzo), perciò prendetevi un pomeriggio o una serata libera per godervi questo piccolo gioiello.

Primo Amore (2004)

Primo amore - Matteo Garrone

Liberamente ispirato al libro Il cacciatore di anoressiche di Marco Mariolini, Primo Amore tratta la vicenda di Vittorio, un orafo che, tramite un sito di incontri, conosce Sonia. I due si incontrano e provano interesse reciproco nonostante alcuni iniziali dubbi. Vittorio è in analisi a causa della sua ossessione per ragazze magrissime, praticamente anoressiche.

Questa sua ossessione finisce con il colpire Sonia e quello che sembrava essere un normale rapporto d’amore finisce col diventare una relazione tossica e pericolosa, a causa della mania di controllo di Vittorio, che obbliga la donna a mangiare sempre meno, per raggiungere il suo malato ideale di bellezza.

Usando il suo tipico stile semi-documentaristico, Garrone crea un thriller atipico, giocato tutto sul lento degradare della relazione e della salute, sia mentale che fisica, di Sonia. Primo Amore non è da inserirsi tra i migliori film del regista, ciononostante è un interessante punto di raccordo tra il significativo L’Imbalsamatore e la pellicola che conferma definitivamente il suo talento, ovvero il successivo Gomorra.

Gomorra (2008)

Gomorra - Matteo Garrone

Nella narrativa non a tutti piacciono le antologie di racconti: alcuni non riescono a leggerle perché vogliono una storia lineare, con un suo inizio e una sua fine dalla prima all’ultima pagina. Garrone invece si è dimostrato un grande appassionato di questi brevi racconti e lo dimostra nuovamente dentro questo suo nuovo film, tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano.

Il film è diviso in quattro racconti, a cui fanno da cornice la camorra e la criminalità italiana. Qui fiction e realismo sono indissolubilmente legati da un filo rosso: si tratta di storie talmente surreali e crudeli da risultare quasi inverosimili. Eppure è una realtà ben conosciuta (perfino all’estero) che spesso si tende a minimizzare, come quando si ha a che fare con tragedie troppo lontane da noi. Tutto questo realismo trasuda bene dal romanzo di Saviano e non è un caso che sia stato scelto Matteo Garrone per realizzarne un adattamento: la scelta di riprendere le scene e gli audio dal vero, con il suono delle grida e degli spari di Scampia, non lascia alcun dubbio sulla veridicità e sulla crudezza di quello a cui stiamo assistendo.

Dal libro inchiesta di Saviano, Garrone sceglie alcuni pezzi e ce li racconta con un puro spirito di osservazione, un occhio esterno che assiste alla violenza senza imporsi come giudice, poiché c’è poco da giudicare: resta soltanto da denunciare.

Reality (2012)

Reality - Matteo Garrone

Si ritorna di nuovo dentro una favola, ma stavolta decadente. La favola del pescivendolo Luciano che dopo aver fatto un provino per il Grande Fratello è convinto di essere stato preso e vive la sua vita come osservato da un terzo occhio, sfociando in una paranoia sempre più folle. Si tratta di un film “sovrabbondante”: i personaggi sono pacchiani e portati al parossismo, gli ambienti ondeggiano tra le piazze sfasciate e l’opulenza esagerata degli hotel dove Luciano si esibisce.

Ma dietro c’è un racconto di miseria: la storia fantastica di un uomo misero che vive in un sogno a occhi aperti, diventando il protagonista del reality della sua stessa esistenza e trasformandola, infine, in pura finzione. Cosa sia reale e cosa non lo sia, ormai, per lui non fa più differenza, nell’eterna attesa di qualcosa che non arriverà mai.

Si tratta di una commedia fiabesca (come già possiamo vedere dalla carrozza bianca nelle prime sequenze del film) che lentamente sfocia nel dramma grottesco dai toni inquietanti. Il pescivendolo Luciano diviene l’idolo irrealizzato di una religione molto paesana che adora riempirsi la testa di brevi momenti di celebrità nella speranza (e nel desiderio) di una vita migliore. Nonostante sia più debole e meno d’impatto dopo il successo di Gomorra, resta il fatto che il film conferma la bravura registica di Garrone, facendoci sorridere come in una favola ad occhi aperti.

Il Racconto dei Racconti (2015)

Il racconto dei racconti - Matteo Garrone

Garrone e la fiaba vanno a braccetto da sempre: prima soltanto con riferimenti, adesso realmente, con questo bellissimo film del 2015, il primo con un cast internazionale (tra cui si citano Salma Hayek, Vincent Cassell e il mitico John C. Reilly).

La pellicola è tratta dal racconto di fiabe Il Cunto De Li Cunti di Giambattista Basile, di cui il regista prende tre storie, ciascuna avente come fulcro un dramma di sofferenza femminile. Le tre fiabe prese in esame (La Cerva, La Pulce e Le Due Vecchie) si intersecano nel corso del lungometraggio per giungere ad un finale che vede riuniti i vari personaggi.

L’aspetto sorprendente dell’intera pellicola è l’immensa cura che Garrone riversa nell’aspetto tecnico e della messa in scena. Le ambientazioni e i costumi sono semplicemente meravigliosi, e più volte sembra di avere davanti dei quadri che hanno improvvisamente preso vita. Anche l’aspetto degli effetti speciali, nonostante gli evidenti limiti di budget, sono comunque di ottima fattura, e dove non arriva la CGI, ci pensano i cari vecchi effetti a mano.

Forse però ciò che più è grandioso di questo film, è ciò che riesce a trasmettere tramite la sua atmosfera. Garrone riesce a catturare perfettamente l’aspetto crudele, inquietante, ma anche magico e sognante della fiaba italiana, riuscendo a creare una pellicola terribilmente coraggiosa e originale, al netto di qualche difettuccio, da aspettarsi però in una produzione relativamente piccola.

Il Racconto Dei Racconti è stato poco considerato alla sua uscita, forse per il fatto che la maggior parte del pubblico si aspettava un classico fantasy, cosa che questa pellicola non è. Non fatevi spaventare dalla particolarità di questa opera di Garrone, poiché si tratta di uno dei film più belli ed interessanti della sua filmografia.

Dogman (2018)

Dogman - Matteo Garrone

Questo film si potrebbe anche chiamare “come trasformare la periferia di Roma in una ambientazione post apocalittica”. La pellicola è ispirata alla reale vicenda del “delitto del Canaro”, che portò alla morte del pugile e criminale Giancarlo Ricci nel 1988 per mano di Pietro De Negri, per l’appunto soprannominato er canaro.

Il film di Garrone parte da questa vicenda reale per poi discostarsi da essa col passare dei minuti. Dogman, nella tradizione del regista romano, è un agghiacciante studio su un personaggio emarginato, immerso in una realtà, quella della Roma più dimenticata e periferica, che è comparsa già altre volte nella filmografia di Garrone, e che qui viene evidenziata con uno stile che la trasforma, come citato all’inizio, in un paesaggio arido e post apocalittico.

Il regista racconta questa vicenda con lucida freddezza, tratteggiando straordinariamente i due principali personaggi, Marcello (superbamente interpretato da Marcello Fonte) e Simone (Edoardo Pesce), così come l’ambientazione e le figure che si trovano al suo interno. Il film si mantiene su un ritmo lento e cadenzato, che serve a costruire tutta la base che porterà al climax del finale, bellissimo e catartico nella sua spietatezza e violenza. Garrone con Dogman ci ha regalato un altro tra i suoi migliori film, e una tra le migliori pellicole italiane del decennio. Assolutamente da non perdere.

Quella volta che ho sbagliato film e ho visto Parasite

Ma come è possibile fare una recensione su Parasite? Me lo sono chiesta diverse volte da quando sono uscita dalla sala del cinema e mi sono resa conto di aver visto un film che era l’esatto opposto di come me l’ero immaginato.

Ho pensato: ho sbagliato film. Succede. Come quella volta che sono entrata per vedere La casa di Jack e sono uscita dalla sala ridendo come se avessi visto una commedia.

Ma di cosa parla Parasite?

Parasite

Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes di quest’anno, non solo è diventato il primo film sudcoreano a essersi aggiudicato questo premio, ma è anche in corsa per gli Oscar 2020 come miglior film in lingua straniera. Il regista è Bong Joon-ho e ha realizzato film come The Host, Snowpiecer e Okja, un lungometraggio distribuito su Netflix dallo spirito ecologista e con protagonista un enorme maiale (o ippopotamo?) in CGI.

Dopo un film come Okja che, ahimè, non mi è per niente piaciuto (ma questa è un’altra storia che racconteremo un’altra volta), non mi sarei mai aspettata che questo regista partorisse un film talmente imprevedibile. Anche se, come ci hanno dimostrato anche altri (Park Chan-wook, Lee Chang-dong, Kim Ji-woon, per dirne alcuni), i registi coreani ci sanno proprio fare con il cinema.

E allora cosa succede in Parasite?

Parasite film

La famiglia Kim vive in una modesta casa sotto il livello della strada, sopravvivendo grazie a una serie di piccoli lavoretti e al sussidio di disoccupazione. La morale della famiglia (ma soprattutto del padre) è quella di non avere un vero e proprio piano per il futuro e continuano a vivere alla giornata come meglio possono. Ma un giorno, grazie alla falsificazione di alcuni documenti, Ki-woo diventa l’insegnante di ripetizioni della figlia della ricca famiglia Park e, con un piano ben orchestrato, riesce a far ammettere anche sua sorella e i genitori.

Sebbene le premesse facciano pensare a una commedia nera che fa da sfondo a una situazione sociale molto pesante, ben presto ci si rende conto che le cose non stanno più così. Il film si trasforma proprio sotto i nostri occhi in qualcosa di completamente diverso, saltando da un genere all’altro: a tratti comico, a tratti thriller, a tratti horror.

“Ricorda, figliolo: non fare mai un piano”

Quello che Parasite vuole fare non è difficile da comprendere: vuole fare una satira alla disparità sociale che esiste tra diversi gruppi di persone. Tutto il film riflette questo aspetto. I dialoghi dei personaggi sono costruiti in modo da mettere in luce i comportamenti delle due famiglie ( la famiglia Kim pensa che i Park siano gentili con gli altri soltanto perché sono ricchi). Emerge la superiorità con cui i Park giudicano i propri “domestici” (umiliandoli in modo quasi superficiale), fino alla rappresentazione delle case delle due famiglie (quella bella, spaziosa e in collina dei Park contro quella sotterranea, puzzolente e opprimente dei Kim).

Parasite - Ki-woo

Tutto quello che appartiene ai Park è luminoso: gli stessi membri della famiglia saranno sempre impeccabili, sempre allegri e il loro unico pensiero è quello di organizzare feste per i loro amici. Al contrario i Kim si vestono con abiti dimessi, si aggrappano al primo segnale wifi disponibile e osservano la vita passare loro davanti dalla finestra del loro bunker sotterraneo. I Kim non hanno un vero e proprio piano per continuare a sopravvivere: vivono alla giornata, sperando prima o poi in un colpo di fortuna, come effettivamente accade. Uno degli insegnamenti più emblematici di questo film è appunto il “non fare mai un piano”: perché così non devi darti la colpa se questo piano fallisce.

Ma condurre la propria esistenza in questo modo per quanto tempo sarà ancora possibile? Soprattutto per due ragazzi come Ki-woo e Ki-jung, che non sono riusciti a entrare nelle università desiderate. Se quindi da una parte abbiamo il completo disinteresse dei genitori, ormai arresi alla loro condizione, dall’altra però ci sono i figli che hanno l’impulso di uscire da una situazione del genere. E Ki-woo proverà in tutti i modi a salvare la sua famiglia, tentando il tutto e per tutto fino alla fine. È infatti lui a proporre la sorella come insegnante di arte per il figlio piccolo dei Park, così come sono sempre i figli a liberarsi dell’autista e della domestica per far spazio ai loro genitori.

Parasite

A un certo punto un personaggio chiama i Kim “i parassiti della famiglia Park”, definendoli delle persone orribili e sottolineando con disgusto la loro attitudine a infiltrarsi nelle fondamenta solide di quella ricca famiglia per poterne ricevere soltanto il meglio. E quando l’ospite muore, anche il parassita cessa di essere tale.

È proprio a partire dalla comparsa di questo personaggio che il film comincerà a cambiare toni: la suspence cresce, il momento della verità viene costruito con una maestria impeccabile fino a raggiungere il punto più alto del film.

Perchè non posso fare una recensione di Parasite?

Parasite

Perché non posso aggiungere niente di più di quello che è già stato detto. Il film è indubbiamente bello, anche a sforzarmi non sono riuscita a trovargli un difetto. Scorre con linearità e si trasforma sotto i nostri occhi in modi che neppure ci aspettiamo. Fotografia, recitazione (un plauso speciale va a Song Kang-ho, il padre della famiglia Kim, che è stato impareggiabile nel suo ruolo), sceneggiatura: non c’è niente fuori posto. L’unica nota stonata è stata purtroppo il doppiaggio italiano: avrei davvero voluto sentire il film in lingua originale proprio perché i coreani (così come i giapponesi) hanno una recitazione molto particolare e difficile da rendere attraverso il doppiaggio. Ma si tratta di un gusto puramente personale.

È impossibile non ritrovarsi a ridere per le disavventure sempre più comiche e angoscianti in cui finiscono i Kim, soprattutto quando sai con certezza che prima o poi verranno scoperti. È un riso amaro, in fondo, perché dietro il parossismo di queste situazione c’è sempre un fondo stantio di verità su una realtà che il regista tenta di denunciare.

Perché se sei nato straccione, morirai da straccione”.

The Irishman: l'ultima, grande epopea di Scorsese

Ho deciso con questo articolo di non fare l’ennesima recensione del film, dove dico se è bello o brutto, in quanto penso che, a distanza di un mese dall’uscita al cinema e dopo fior di recensioni uscite dai festival, sia alquanto innecessario dirvi se The Irishman sia o meno un film da vedere. La risposta non può che essere positiva.
Vorrei dunque piuttosto soffermarmi su cosa il film mi è parso volesse comunicare, e su alcune sensazioni che mi ha trasmesso quando l’ho visto per la prima volta.
Senza aggiungere altro, cominciamo!

Martin Scorsese insieme al cast

L’ultimo, grande lavoro di Martin Scorsese arriva a distanza di circa tre anni da Silence, film voluto fortemente dal regista, ma passato in sordina.

Silence fu frutto di una lunga e travagliata gestazione, durata circa 25 anni, in cui Scorsese tra impegni e porte chiuse da parte degli studios, non riusciva a trovare qualcuno disposto a scommettere su un film che, a conti fatti, era tutt’altro che commercialmente appetibile.

E’ doveroso fare questa premessa, in quanto The Irishman parte dalla medesima situazione: anche questo progetto è stato frutto di una lunga gestazione (sebbene molto più corta del film precedente) e di porte chiuse da parte degli studios, non disposti a spendere una cifra come 160 milioni di dollari per un regista anziano e per un film che, molto probabilmente, non sarebbe stato capace di riprendere una tale spesa.

Fortuna o sfortuna che sia, è arrivato Netflix, che in maniera controversa ha deciso di dare carta bianca al caro Martin, mettendo però quei classici paletti distributivi tipici del servizio di streaming che ancora oggi fanno discutere, me compreso.

Così, The Irishman è arrivato a noi, in tutta la sua opulenta bellezza.

Al Pacino e Robert De Niro in un dietro le quinte del film

Al di là delle polemiche distributive, non è difficile capire come mai un film del genere è stato così rifiutato dagli studios. The Irishman, così come pensato da Scorsese, è un film che solo dalle premesse può risultare facile, ma che nella realtà è complesso e stratificato, e certamente la lunghezza di 3 ore e mezzo non aiuta a farlo digerire allo spettatore casuale.

Questo perché The Irishman è sì l’ennesima avventura di Scorsese nel genere gangster, ma stavolta il regista lo fa con un occhio ed una sensibilità diversi, e da questo si capisce anche come mai il buon Martin si è intestardito così tanto nella scelta degli attori e nel loro ringiovanimento digitale. Di questo però ne parlerò tra poco.

Questa pellicola possiamo collocarla a conclusione di una ideale trilogia (non confermata) che racchiude in sé Quei Bravi Ragazzi e Casinò. Il motivo di quello che ho scritto non è solo da ricercarsi nel fatto che tutti questi film sono gangster movies, ma anche nel loro condividere un linguaggio tecnico e narrativo molto simile.

Tutti e tre queste pellicole hanno in comune la narrazione di un’ascesa e caduta di un impero criminale. Quello della mafia nella Little Italy newyorkese in Quei Bravi Ragazzi. Quello dei casinò gestiti da famiglie criminali a Las Vegas in Casinò. Infine quello della famiglia Bufalino e del sindacalista Jimmy Hoffa in The Irishman. Questi racconti di splendore e disgrazia criminali si sono sempre inseriti in un’ottica di riflessione più grande, che andava di pari passo con la storia americana.

Se, tuttavia, questo tasto veniva toccato solo superficialmente nei primi due film, in The Irishman Scorsese porta questa e altre riflessioni a compimento, aiutato anche dalla totale libertà e dalla durata generosa.

Una scena del film

Ecco quindi che la storia di Frank Sheeran, Russell Bufalino e Jimmy Hoffa (interpretati rispettivamente da Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino) diventano lo squarcio di una parte molto lunga di storia americana, che tocca la famiglia Kennedy, Cuba, e soprattutto i vari cambiamenti che investono la società americana dell’epoca. Tutti questi elementi vengono ovviamente filtrati attraverso gli occhi dei tre protagonisti che questi cambiamenti li vivono sulla loro pelle, sia figurativamente che biologicamente, con l’età che avanza e la vecchiaia che arriva lentamente ma inesorabilmente a prendere il controllo dei loro corpi e della loro mente.
Quest’ultima riflessione, in particolare, è molto importante, poiché non si ferma solo ai confini dettati dal film, ma investe anche la realtà.

Ecco quindi che si spiega come mai Scorsese si è così tanto intestardito nel formare proprio quel cast, proprio quei nomi, e nel ringiovanirli digitalmente con un processo costoso e tutt’altro che pratico.
Martin Scorsese, Robert De Niro, Joe Pesci, Al Pacino sono tutti protagonisti di una certa era, di una certa Hollywood e di un certo tipo di cinema, con i primi tre che sono stati insieme per moltissimo tempo della loro rispettiva carriera.

La loro storia si congiunge figurativamente a quella dei protagonisti del film, loro che dopo aver vissuto una età dell’oro del cinema, adesso, alla soglia degli ottant’anni, si ritrovano inevitabilmente a dover fare i conti con la loro vita, la loro anzianità e, purtroppo, anche alla mortalità.

Non si può scindere questo concetto dal film, altrimenti non se ne capirebbe il senso più profondo, soprattutto nel momento in cui si arriva alla parte finale della pellicola. Lì questa riflessione giunge a compimento e Scorsese, con straordinaria delicatezza ed eleganza, ci mostra una delle scene più toccanti della sua filmografia.
The Irishman è una riflessione sul tempo che avanza, sugli ineluttabili cambiamenti che porta con sé e sulla fragilità dell’uomo davanti a questi cambiamenti, soprattutto quando spogliato della sua giovinezza e messo a contatto con la solitudine della vecchiaia.

Con questa consapevolezza in mente, forse allora si capisce anche la scelta di rendere questo lavoro un film dal ritmo lento e con pochissima azione, ben lontano dalla narrazione veloce e agitata dei due film sopracitati, in cui una colonna sonora onnipresente e un voice over del protagonista ci catapultavano in un mondo fatto sì di criminalità e cattiveria, ma anche di straordinaria vitalità.

E’ un film che si regge, soprattutto, sulla presenza incredibile dei tre protagonisti, sulla recitazione dei suoi leggendari interpreti e sui loro corpi che, nonostante il ringiovanimento, sono inevitabilmente appesantiti.

Da sinistra a destra: Joe Pesci, Al Pacino, Martin Scorsese, Robert De Niro e Harvey Keitel

Con The Irishman Martin Scorsese ha fatto, esattamente come in Silence, un film estremamente personale, con totale libertà e noncurante di eventuali rigetti che una durata simile poteva comportare. Un film che, se non fosse per l’annuncio di nuovi progetti da parte del regista, si potrebbe tranquillamente considerare il suo ultimo film.

In The Irishman si respira un’aria di piena Nuova Hollywood, di cui Scorsese è sempre stato uno dei suoi più grandi interpreti, di un’epopea gangster come non se ne vedeva da tanto tempo, e di cui non ne rivedremo traccia per altrettanto. Non sta a me dire se sia un capolavoro, o se sia o meno uno dei più grandi film di Scorsese: il tempo lo dirà per noi.

E’ certo però che The Irishman va visto, e che bisogna ancora una volta ringraziare Martin Scorsese per insegnarci cosa è il cinema.

Unbelievable: la violenta storia vera di Netflix

Oggi si parlerà di stupro. Non è facile iniziare un articolo in questo modo, ma si è sentito parlare così poco di Unbelievable che mi sembrava doveroso farlo. Se siete sensibili all’argomento, vi chiederei di fermarvi qui.

Lo stupro, si sa, può colpire chiunque: che tu sia uomo, donna, giovane o anziano, purtroppo se una persona intende farti del male, non guarda né all’età né al genere. In questo caso particolare si parla di uno stupro perpetrato ai danni di molte donne. In particolare, ai danni di una ragazzina.

An Unbelievable Story of Rape: il caso di Marie

La mini serie Unbelievable si può trovare su Netflix. Susannah Grant (sceneggiatrice di Pocahontas e regista di Tutte le cose che non sai di lui) ha diretto, prodotto e sceneggiato gli otto episodi che la compongono. Non è la prima volta che troviamo una donna a dirigere un film o uno sceneggiato sull’argomento della violenza femminile: Jennifer Fox ha diretto The Tale, un film semi biografico sul rapporto non consensuale tra una bambina e due adulti; Irish Braschi ha creato un affresco di donne vittime di una serie di abusi con L’amore rubato; Tina Fey inserisce la violenza e l’abuso in Unbreakable Kimmy Schmidt rendendo le risate sempre più amare e silenziose.

The Tale di Jennifer Fox

Tutta la vicenda della miniserie è basata sull’articolo An Unbelievable Story of Rape di T. Christian Miller e Ken Armstrong, articolo che ha valso loro il Premio Pulitzer. Ma cosa è successo?

Siamo a Lynnwood, nel 2008. Marie Adler (nella serie interpretata da Kaitlyn Dever) ha 18 anni quando una notte entra nel suo appartamento un uomo mascherato che la minaccia con un coltello, la lega e comincia a violentarla, per poi andarsene senza lasciare traccia. Quando denuncia tutto alla polizia, vengono fuori i primi problemi: la storia di Marie non torna. Ha delle incongruenze, la ragazza si contraddice continuamente e si dimostra molto distaccata quando parla dello stupro o viene sottoposta ai controlli medici di routine (controlli di una freddezza agghiacciante, con il disinteresse più totale delle infermiere nei confronti del corpo della ragazza).

Inoltre viene fuori il suo passato da “ragazza difficile”: sballottolata da una famiglia affidataria all’altra, è sempre stata descritta come una bambina in cerca di attenzioni. Gli agenti affidati al caso si sono già fatti un’idea: Marie sta mentendo e si è inventata tutto. Viene così messa sotto pressione e costretta a ritrattare. Qualche tempo dopo viene mandata in tribunale con l’accusa di falsa testimonianza e la storia diventa virale: Marie è dipinta come una bugiarda e viene abbandonata da tutti.

Qualche anno più tardi due detective, Karen Duvall (Merritt Wever) e Grace Rasmussen (Toni Collette), cominciano a indagare su una serie di stupri seriali che hanno molto in comune. Tra questi, c’è anche il caso di Marie.

Unbelievable non è la classica serie sullo stupro

Karen Duvall (Merritt Wever) e Grace Rasmussen (Toni Collette)

La serie tv segue così due binari narrativi che fino alla fine non sembrano mai incontrarsi: da un lato abbiamo l’indagine delle due detective per scoprire l’identità dello stupratore seriale; dall’altro seguiamo la vita di Marie, alle prese con tutte le conseguenze della sua ritrattazione. Noi sappiamo cosa è successo quella notte e sappiamo che Marie non ha mentito. Ci sentiamo impotenti, proprio come le altre donne vittime del violentatore, davanti a una verità scomoda che non tutti vogliono vedere. La tensione dell’indagine è orchestrata benissimo fino alla fine, dove ti ritrovi a tirare un sospiro di sollievo quando tutti si rendono conto che anche Marie, messa alla gogna mediatica, non stava mentendo.

Unbelievable non è la classica serie sullo stupro, né è il tipico crime drama. Sì, parla della violenza, ma l’atto non è mai mostrato con uno sguardo voyeuristico: è confuso, incerto, proprio come lo è nella mente delle donne che lo hanno subito e che si ritrovano costrette a riviverlo ogni volta. Lo sguardo di tutta la serie è gettato proprio su di loro, le vittime della violenza. Ognuna di loro è una donna diversa, ma sono tutte accomunate dallo stesso presentimento: la paura che possa ricapitare di nuovo.

Perché hai scelto me? Cosa mi hai visto fare che ti ha fatto scegliere me? Ho paura di farlo di nuovo. Non annaffio più il prato, non leggo più alla finestra. Dicono che l’abitudine ti espone, così ho rinunciato a ogni abitudine. Ha reso il mio mondo molto piccolo. E ancora non mi sento al sicuro. Se solo sapessi cosa ti ha fatto scegliere me. Se sapessi cosa ho fatto, smetterei di farlo e forse potrei riprendermi la mia vita.

Doris Laird

Noi assistiamo impotenti alla sofferenza e al terrore di queste donne, alla mercé di uno Stato che le prende alla leggera e di un sistema giuridico che qui mostra in pieno tutte le sue falle. Come dice un poliziotto nella serie, non possiamo occuparci di tutti gli stupri. Ma si possono cercare di prevenire.

Uno sguardo sulle vittime e sui vinti

La vicenda di Marie è un caso estremo, ma non è l’unico. Perché viene messo l’accento soprattutto su di lei? Perché è stata vittima di una doppia violenza: quella fisica e quella mediatica. Non c’è cosa peggiore se non scoprire che le persone che dovrebbero proteggerti non prendono sul serio quello che dici, ma anzi lo sminuiscono.

Mostrare le diverse reazioni delle vittime alla violenza è uno dei punti di forza di questa serie. Non esiste un manuale su come ci si debba comportare in un momento simile: ogni persona reagisce a un trauma in maniera diversa e purtroppo questa verità, così semplice, viene data sempre per scontata.

È proprio qui che viene fatto il primo errore che dà avvio a tutta la storia. L’unica “colpa” di Marie è stata avere una reazione “inusuale” rispetto a quello che ci si aspetta da una vittima di violenza: nessun pianto isterico, nessuno shock. È calma, distante, spesso evasiva. Alla base del fraintendimento c’è proprio la superiorità degli altri di sapere come una persona debba comportarsi davanti al dolore.

È tutto così asettico e freddo nella serie che pare di vedere un documentario. Per me è difficile dire “è una bella serie, è una brutta serie”. Qui il confine si fa molto labile: è una storia potente, veritiera, dolorosa. Colpisce come un pugno allo stomaco. La sensazione che ho avuto è stata la stessa provata guardando Sulla mia pelle (Alessio Cremonini, 2018): entrambe le opere hanno un modo di raccontare molto oggettivo e vogliono fare silente denuncia di un caso che non dovrebbe mai più ripetersi.

C’è tanta solitudine in questa storia. Tanta incomprensione. Il vuoto che si crea intorno alle donne raccontate nella serie è così desolante da lasciare senza fiato. Quelli raccontati sono casi estremi, ma non dimentichiamo che ci accadono con molta più frequenza di quello che pensiamo. Storie come queste possono soltanto servire come memento affinché non accada più.

La Nappa Musicale #2

Eccoci arrivati al secondo appuntamento con la nostra rubrica di consigli musicali. Questa volta vi propongo 4 album di cui ho già parlato tempo addietro nella nostra pagina Facebook, e che ho deciso di riproporre in questo articolo. Buona lettura, e buon ascolto!

Yeezus (Kanye West, 2013)

Cominciamo la lista con questo controverso album di Kanye West.
Alla sua uscita, Yeezus ricevette il plauso della critica, ma un’accoglienza fredda da parte dei fan del rapper.
Il motivo è sicuramente da ricercarsi nel sound abrasivo, metallico e aggressivo di questo disco, ispirato dall’industrial e dal punk, chiaramente non immediato.

Personalmente, metterei questo album tra i miei preferiti in assoluto di Kanye West.
Nonostante, a differenza dei precedenti, questo lavoro non sia innovativo come altri progetti del rapper, ho particolarmente apprezzato la sua brevità, coesione e qualità della produzione, unito alla rabbia che pervade i testi del disco.
Insomma, come spesso accade quando si parla del rapper di Chicago, anche qui ci troviamo davanti ad un lavoro con i fiocchi, da meglio apprezzare con cuffie e alto volume. Vi stupirà.

Tracce Consigliate: Black Skinhead, New Slaves, Blood On The Leaves, Bound 2

St.Vincent (St.Vincent, 2014)

Proseguiamo con l’omonimo quarto album in studio della fantastica St.Vincent, pseudonimo di Annie Clark.
Chi bazzica un po’ l’ambiente della musica alternativa di questo decennio, sicuramente avrà sentito parlare di lei. La cantante americana si è fatta conoscere grazie alla originalità e stranezza delle sue creazioni, unite sempre dal suono inconfondibile della chitarra elettrica da lei suonata.

Il progetto in questione riprende lo stile adottato con il disco collaborativo Love The Giant di due anni prima, insieme a David Byrne, evolvendolo ulteriormente.
St,Vincent è quindi un album composto da canzoni che uniscono il pop a l’art rock, creando un amalgama particolarissimo ed originale. Nonostante questo però, il lavoro non è impenetrabile, anzi, è invece estremamente orecchiabile e stranamente immediato.
La scaletta scorre benissimo con pezzi dal sound futuristico e dalla produzione secca, aiutati dalla scrittura brillante e ironica di Annie.

Raccomando di recuperarsi, se il disco vi piace, anche i precedenti lavori dell’artista, per ascoltare l’evoluzione del suo stile nel corso degli anni.

Tracce Consigliate: Rattlesnake, Birth In Reverse, Prince Johnny, Digital Witness

Day Breaks (Norah Jones, 2016)

Adesso passiamo ad un album raffinato ed elegante, di quelli da ascoltare in totale relax.
Norah Jones è un nome conosciuto nel panorama musicale, soprattutto quello di inizio anni 2000. Nonostante la sua popolarità si sia decisamente ridimensionata nel corso degli anni (ed è un peccato), la qualità dei suoi lavori si è sempre mantenuta su standard molto buoni.
In particolare, questo Day Breaks è uno dei suoi album migliori, e rappresenta un ritorno alle radici jazz e blues degli inizi, dopo le sperimentazioni degli album precedenti.

Come scritto all’inizio, la caratteristica migliore del disco è la sua incredibile raffinatezza ed eleganza, con un insieme di canzoni originali e cover (tra cui Don’t Be Denied di Neil Young), sempre legate dalla bellissima voce di Norah, dal suo pianoforte e da una produzione calda e avvolgente che risalta incredibilmente tutti gli strumenti.

Uno di quegli album da consigliare indifferentemente a tutti.

Tracce Consigliate: Burn, Tragedy, Don’t Be Denied, Carry On

Dirty Computer (Janelle Monàe, 2018)

Concludiamo questa lista con uno degli album che ho più divorato nel corso dello scorso anno. Dirty Computerè il terzo album in studio di Janelle Monàe, lavoro che si discosta dalla narrazione e dallo stile dei precedenti due lavori, che vi consiglio caldamente di recuperarvi.Questa nuova fatica si presenta come l’album più squisitamente pop (nell’accezione più ampia del termine) della sua discografia, un concept albumincentrato sul tema dell’identità sessuale e concepito come un omaggio al mondo femminile, condito da alcune riflessioni sulla odierna società americana.

Musicalmente l’album abbandona gli arricchimenti orchestrali dei suoi predecessori per abbracciare una commistione di pop, funk, hip-hop e RnB, con echi molto forti di Prince (inizialmente infatti attaccato al progetto).
Grazie alla qualità altissima della produzione, alla sua varietà e coesione, l’album scorre benissimo nel corso delle 14 tracce, seguendo un preciso percorso concettuale.
Esattamente come con St.Vincent, anche questo Dirty Computer è un album perfetto per chi cerca un album orecchiabile senza rinunciare all’artisticità.

Tracce Consigliate: Django Jane, Make Me Feel, Don’t Judge Me, So Afraid

Una Nappa al Lucca Comics: I Posseduti

Ho dimenticato da quanto tempo vivo nel buio. Così come ho dimenticato il senso dell’esistenza.

Tom Sullivan, I Posseduti

Mentre il Lucca Comics si sta avvicinando (state già controllando il meteo per quei giorni?), qui continuiamo la nostra carrellata di consigli per gli eventuali acquisti da fare in fiera. Se l’altra volta ci eravamo fermati nella Self Area, stavolta andiamo un po’ più nel cuore della città, più precisamente allo stand della Panini Comics. Sabato 2 novembre verrà infatti presentata una novità della casa editrice Weird Book: si tratta del primo volume de I Posseduti di Luigi Boccia e Marco Imbrauglio.

I posseduti: l’Apocalisse arriva con i demoni

I Posseduti

La possessione demoniaca è un’infezione che ha ucciso gli uomini, trasformando il mondo in un vecchio west di polvere e sangue. Il bene e il male non esistono più, spazzati via da un’idea virale e corrotta che ha cambiato tutto: regna solo il caos e il suo nome è Tenebra, l’altra faccia di Dio, risorta dall’esilio nella terra delle ombre. Non esiste una cura ma c’è un uomo, Tom Sullivan, che scopre di avere dei poteri leggendari e combatte per l’unico scopo che gli resta: ritrovare suo figlio.

Ci troviamo in un mondo completamente devastato da queste creature, i posseduti, che si nutrono degli esseri umani e divorano la loro anima per entrare nei loro corpi e sopravvivere più a lungo. Si sono fatti strada come un virus, finendo per “infettare” l’intero mondo a chiazza d’olio. Le città si sono svuotate e sono diventate alla stregua di dimore di fantasmi. Sembra quasi che siamo regrediti temporalmente a un periodo in cui non ci sono più le leggi umane, ma vige un’unica regola, più antica del mondo stesso: solo il più forte (o il più furbo) sopravvive.

Tom - I Posseduti

Se in ogni film western vediamo un pistolero solitario che vaga da una città all’altra e che dovrebbe rappresentare l’unica giustizia “positiva” in un mondo senza legge, anche in questo caso Tom, con tanto di poncho e cappello da cowboy, è l’ultimo baluardo di un’umanità allo sbando. Tom infatti possiede un potere molto particolare: il suo sangue è il sangue di Cristo, un vero e proprio veleno per i posseduti. Quei pochi esseri umani rimasti si rifugiano nelle chiese, gli ultimi nascondigli che possono proteggerli da queste creature. Tom potrebbe essere veramente la salvezza per tutti loro. Ma a lui non interessa niente di tutto questo: vuole soltanto ritrovare suo figlio, rapito (o ucciso?) da Tenebra.

L’uomo davanti alla morte dell’umanità

Tom è un uomo completamente distrutto: ex giornalista, ha perso il figlio davanti ai suoi occhi e sua moglie si è suicidata poco dopo l’arrivo dei posseduti. È rimasto da solo tra i resti di un’umanità che non riconosce più. Vaga per quella landa desolata, in un mondo regredito a un tempo ancora più antico. Forse siamo ai giorni nostri, forse no, ma la caduta della civiltà, ora dominata da un’orda di posseduti, ha significato anche la cancellazione di qualsiasi punto di riferimento, spaziale e temporale. Siamo confusi insieme a Tom e ci trasciniamo con lui in un universo irriconoscibile, dove gli uomini sono diventate le nuove prede di quei cacciatori infernali.

A un certo punto Tom incontrerà Benny, un ragazzo che ha salvato dall’assalto di un posseduto e che deciderà di portare con sé. La solitudine è un male perfino peggiore dell’infezione che ha ucciso il mondo ed è forse più lenta a divorare la salute mentale di un uomo. Anche se siamo ancora al primo volume, ho l’impressione che Tom proietterà presto la figura di suo figlio su Benny, l’unico essere umano finora incontrato che non sia diventato un posseduto o carne da macello. L’apocalisse è il momento ideale per creare una parabola sui rapporti umani, soprattutto su quelli familiari, che sembrano i preferiti di questo genere di storie.

Tom e Benny - I Posseduti

Mentre osservavo questi due personaggi dirigersi verso una non precisata meta, non ho potuto fare a meno di pensare a La strada di Cormac McCarthy. Un padre e un figlio (qui ne I Posseduti né di nome né di sangue) si spostano su una strada deserta tra città fantasma e gruppi di uomini che vivono come bestie, mossi da un solo desiderio: sopravvivere. Il padre senza nome di Cormac sa che, se il figlio morisse, allora il mondo sarebbe veramente finito per lui. Sarebbe veramente giunta l’apocalisse. Lo stesso vale per Tom.

Non c’è la certezza che il figlio sia vivo. Non ci si può fidare dei posseduti e di quello che dicono. Ma per guidare un uomo basta anche solo la flebile speranza di rivedere chi ama o di incontrare un altro essere umano: la solitudine divora più della malattia. Nemmeno Robinson Crusoe sarebbe sopravvissuto a lungo se non avesse incontrato Venerdì. E forse anche Tom si sarebbe sparato volentieri un proiettile in fronte se non avesse incontrato Benny.

I Posseduti

Una delle cose che più mi è piaciuta è come tutto il pantheon religioso cristiano sia stato completamente stravolto e rivisitato; in particolare ho adorato la rappresentazione di Lucifero, che non è più l’angelo caduto che ha peccato contro Dio, ma è diventato il suo boia: la mano che punisce al posto di Dio. Non è da dare per scontato l’originalità con cui è stata ribaltata una figura bisfrattata per millenni: un personaggio che mantiene comunque i toni da ingannatore, ma a fin di bene.

L’apocalisse è l’apoteosi della rappresentazione dei rapporti umani. L’umanità tramonta e rimangono soltanto gli scarti. Forse da quelli può risorgere qualcosa di buono. Tom potrebbe essere qualcosa di buono. Con delle tavole cupe e una storia asciutta, Luigi Boccia e Marco Imbrauglio inaugurano un lugubre racconto con una storia apocalittica originale che non va a scomodare gli zombie, ma piuttosto la religione. E a noi va benissimo così.

Martin Scorsese: 5 film meno conosciuti da vedere

Il 4-5-6 Novembre sarà nei cinema italiani il nuovo, attesissimo film di Martin Scorsese: The Irishman.
Quale modo migliore di ingannare l’attesa, se non vedendosi qualche suo film?
Abbiamo perciò selezionato cinque suoi lavori meno conosciuti, da consigliare a voi. Buona lettura!

Chi sta bussando alla mia porta (1967)

Martin Scorsese - Chi sta bussando alla mia porta

Chi sta bussando alla mia porta segnò il debutto di Scorsese alla regia, e di Harvey Keitel come attore. Sebbene datato ed imperfetto, il film è molto interessante, specialmente per le numerose tematiche ed elementi presenti, che ritroveremo molte altre volte nella filmografia del regista.
Troviamo infatti un’ambientazione che ci suonerà presto familiare, ovvero la Little Italy di New York, dove il regista è cresciuto e che non manca mai di descrivere in maniera minuziosa nei suoi personaggi e situazioni.

Tra le tematiche, ne sono presenti due che saranno centrali per Scorsese: il machismo e il tema della cristianità, unito al senso di colpa cattolico. A livello registico, il film contiene inoltre degli elementi di virtuosismo e di uso della musica che anticipano i lavori più blasonati del regista. Insomma, sicuramente non rientrerà tra i vostri film preferiti del caro Martin, ma è assolutamente da vedere per capire da dove parte la sua storia.

Alice non abita più qui (1974)

Martin Scorsese - Alice non abita più qui

Se pensavate che Scorsese fosse solo gangster e violenza, beh, vi sbagliate di grosso. Nel 1974 infatti ci regala questa divertente commedia romantica, che consiglio assolutamente di vedere.
Alice non abita più qui è la storia del riscatto di una donna, Alice (Ellen Burstyn), che dopo la morte del marito, con cui aveva una pessima relazione, parte con il figlio per finire in una piccola cittadina dove finalmente riesce a trovare l’amore e la felicità.

Nonostante una storia semplice, il film riesce a divertire e ad emozionare, grazie soprattutto ad un cast azzeccatissimo ed una sceneggiatura che funziona alla perfezione. Mostra inoltre il talento eclettico di Scorsese, capace di adattarsi a praticamente qualsiasi genere.

Fuori orario (1985)

Martin Scorsese - Fuori Orario

Parlando di film sottovalutati, è inspiegabile come non si parli più spesso di questo assoluto gioiello della filmografia di Scorsese. Tutto il film è ambientato nel quartiere di SoHo a New York, dove un uomo, Paul Hackett (Griffin Dunne) si ritrova intrappolato in seguito ad un incontro con una donna, in una notte che somiglia più ad un incubo che alla realtà.

Se i precedenti due film di cui ho parlato erano definibili come “minori” (uso questo termine con le pinze), qua ci troviamo davanti ad una delle pellicole migliori della sua carriera. Fuori Orario è una commedia satirica e surreale, che amalgama al suo interno elementi di noir con elementi di slapstick comedy per creare una pellicola che non finisce mai di sorprendere lo spettatore.
L’elemento migliore del film è sicuramente da ricercarsi nelle possibili interpretazioni e punti di vista che possiamo avere guardandolo. Esattamente come il protagonista, anche noi non sappiamo con esattezza se quello che stiamo guardando sia reale o meno e questo contribuisce ad aumentare la profondità e gli strati di lettura della pellicola, oltre alla sensazione di disagio e straniamento che proviamo guardandola.

Insomma, esattamente come con Re Per Una Notte, Scorsese si dimostra geniale in questo tipo di commedia e mi piacerebbe tanto che esplorasse nuovamente il genere.

L’ultima tentazione di Cristo (1988)

Martin Scorsese - L'ultima tentazione di Cristo

Chi vi scrive non è assolutamente un fan dei film a tema religioso, ciononostante L’ultima tentazione di Cristo è una pellicola che mi ha colpito molto quando la vidi. Tratto dall’omonimo libro di Nikos Kazantzakis’, il film è incentrato sulla vita di Gesù, dalla sua giovinezza fino alla sua crocifissione.
Sarebbe tuttavia sbagliatissimo definire questa pellicola come l’ennesima narrazione della sua vita: la differenza ce la suggerisce il titolo stesso del film.

In questo epico lavoro di Scorsese, la figura di Cristo (interpretata da un grandissimo Willem Dafoe) viene dipinta non come divina, ma come umana, e proprio per questo soggetta a diverse tentazioni, dubbi e debolezze. Oltre a questo, vengono anche reinterpretati molti altri personaggi biblici. Il più grande cambiamento si ha però nella figura di Maria Maddalena e nel suo rapporto con Gesù, di cui però non voglio svelare nulla.

L’ultima tentazione di Cristo è un film lungo e a tratti pesante, non esente da difetti ma diretto con intensa passione da Scorsese, in uno dei suoi lavori più personali. Vi consiglio di guardarlo anche solo per arrivare ad una determinata sequenza nell’ultima parte, che mi fece decisamente rimanere a bocca aperta.

L’età dell’innocenza (1993)

Martin Scorsese - L'età dell'innocenza

Altro adattamento letterario, stavolta dal libro omonimo di Edith Wharton, L’età dell’innocenza è un curioso ritratto dell’alta società newyorkese del 1870 ed un altro esempio dell’eclettismo di Scorsese.
La storia è incentrata sull’amore impossibile tra Newland Archer (Daniel Day-Lewis) ed Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer), in quanto il primo è ormai promesso sposo della cugina di lei May Welland (Winona Ryder) e la seconda incastrata in un matrimonio con un Conte polacco ormai decaduto.

Grazie a delle grandissime interpretazioni attoriali, questa vicenda di amore proibito e soffocato viene messa in scena con grande maestria da Scorsese con una regia elegante e una cura maniacale per scenografia e costume, creando così una fotografia perfetta, e a tratti ironica, della sua New York, all’epoca ovviamente diversa dal presente. Se proprio vogliamo trovare un difetto, è possibile trovarlo nell’origine letteraria del film, che a tratti appesantisce fin troppo la narrazione. Per il resto, anche questo è un altro gran film di Martin Scorsese, di cui però non si sente parlare molto e per questo mi sento di consigliarvi.

Drifting Dragons, ovvero la perfezione statica

L’altro giorno ho fatto una cosa che non mi capitava da un po’, complice anche il mistico potere di Amazon Prime e le sue consegne in un giorno, ovvero sono entrato in una fumetteria, approfittando del fatto che nella mia città ne è stata aperta una nuova da poco.

Mentre gironzolavo pigramente tra gli scaffali, nella sezione delle novità noto il primo volume di una nuova pubblicazione della Planet Manga (Panini) soprattutto grazie ai due elementi centrali della copertina: un enorme drago rosso che esce dalle nuvole e un nugolo di tizi vestiti come dei soldati di fine Ottocento (ovviamente con gli immancabili richiami steampunk) pronti ad affrontarlo. D’altronde quando la copertina di un’opera ti mette di fronte a due delle tue più grandi debolezze, non puoi dirgli di no, e complice il fatto che ero da qualche tempo a secco di manga, ho deciso di dare una chance al primo volume di Drifting Dragon di Taku Kuwabara.

Draghi e ricette: questo è Drifting Dragons

Drifting Dragons

Il volumetto, suddiviso in cinque capitoli, narra le vicende dell’equipaggio della Quin Zaza, una delle ultime aereonavi debite alla ricerca e alla caccia dei draghi, mistiche creature che vengono cacciate poiché rappresentano grandi pericoli per gli esseri umani… E invece no, l’elemento di vera
(ed unica) originalità dell’opera sta nel fatto che tali creature vengono cacciate in quanto dai loro corpi si ricavano ingredienti prelibati e  beni (come l’olio di drago) necessari al funzionamento della società.

Si tratta in pratica di balenieri fantasy. Non stupisce quindi come i draghi dell’opera non corrispondono in alcun modo all’ideale del drago europeo o orientale, bensì il loro design è un misto tra le comuni creature marine (come una balena, per tornare al parallelismo con i balenieri) e le entità descritte nei racconti lovecraftiani. Non a caso sono richiamati spesso elementi come le profondità abissali, gli antichi orrori sottomarini et simila.

Drifting Dragons manga

A parte ciò Drifting Dragons si presenta come un’opera estremamente classica e lineare, fatta da episodi verticali le cui vicende non si intrecciano mai tra di loro. Tutti i personaggi che ci vengono presentati possono essere ricondotti ad un archetipo “classico” della scrittura giapponese. Infatti possiamo trovare il personaggio principale maschile abilissimo in quello che fa (ovvero cacciare draghi), con una motivazione che pare piuttosto futile (voler mangiare piatti a base di carne di drago, considerati una prelibatezza) ma che con la sua presenza e i suoi gesti è in grado di ispirare gli altri membri della ciurma. Troviamo anche come protagonista femminile la ragazza bellissima ma taciturna e solitaria, una matricola un po’ svampita ma con una grande forza di volontà, poi il ragazzino giovane ma estremamente esperto di draghi e molti altri personaggi che chi legge molti manga non faticherà a riconoscere.

Un inizio promettente

Insomma Drifting Dragons non ha davvero nulla di unico, ma quello che fa lo fa alla perfezione: intrattiene con storie leggere, presenta personaggi classici ma piacevoli, senza estremizzarli nelle loro peculiarità con una lieve ma percettibile crescita e proietta il lettore in un mondo fantasy
tardo-ottocentesco che spero venga approfondito con lo svilupparsi dell’opera. Note di merito personali ai disegni, che presentano uno stile “morbido” e tondeggiante che ben si adatta al mood del manga e strizza l’occhio alle opere dello Studio Ghibli.

Drifting Dragons Netflix

Infine vorrei spendere alcune parole sulle pietanze a base di carne di drago descritte: durante la narrazione viene posta una particolare enfasi su di loro sia nel disegnarle che nel descriverle, con tanto di ricetta illustrata al termine di ogni capitolo, una trovata interessante e che aggiunge un qualcosa in più rispetto all’altrimenti estrema classicità di Drifting Dragons.

Il secondo volume verrà pubblicato tra due mesi, contando che in Giappone i volumi usciti finora si fermano a 5. Inoltre a gennaio 2020 verrà distribuito da Netflix un anime basato sull’opera, prodotto da Polygon Pictures: speriamo possa ricalcare lo stile e la piacevolezza dell’opera da cui è tratto.