Unbelievable: la violenta storia vera di Netflix

Oggi si parlerà di stupro. Non è facile iniziare un articolo in questo modo, ma si è sentito parlare così poco di Unbelievable che mi sembrava doveroso farlo. Se siete sensibili all’argomento, vi chiederei di fermarvi qui.

Lo stupro, si sa, può colpire chiunque: che tu sia uomo, donna, giovane o anziano, purtroppo se una persona intende farti del male, non guarda né all’età né al genere. In questo caso particolare si parla di uno stupro perpetrato ai danni di molte donne. In particolare, ai danni di una ragazzina.

An Unbelievable Story of Rape: il caso di Marie

La mini serie Unbelievable si può trovare su Netflix. Susannah Grant (sceneggiatrice di Pocahontas e regista di Tutte le cose che non sai di lui) ha diretto, prodotto e sceneggiato gli otto episodi che la compongono. Non è la prima volta che troviamo una donna a dirigere un film o uno sceneggiato sull’argomento della violenza femminile: Jennifer Fox ha diretto The Tale, un film semi biografico sul rapporto non consensuale tra una bambina e due adulti; Irish Braschi ha creato un affresco di donne vittime di una serie di abusi con L’amore rubato; Tina Fey inserisce la violenza e l’abuso in Unbreakable Kimmy Schmidt rendendo le risate sempre più amare e silenziose.

The Tale di Jennifer Fox

Tutta la vicenda della miniserie è basata sull’articolo An Unbelievable Story of Rape di T. Christian Miller e Ken Armstrong, articolo che ha valso loro il Premio Pulitzer. Ma cosa è successo?

Siamo a Lynnwood, nel 2008. Marie Adler (nella serie interpretata da Kaitlyn Dever) ha 18 anni quando una notte entra nel suo appartamento un uomo mascherato che la minaccia con un coltello, la lega e comincia a violentarla, per poi andarsene senza lasciare traccia. Quando denuncia tutto alla polizia, vengono fuori i primi problemi: la storia di Marie non torna. Ha delle incongruenze, la ragazza si contraddice continuamente e si dimostra molto distaccata quando parla dello stupro o viene sottoposta ai controlli medici di routine (controlli di una freddezza agghiacciante, con il disinteresse più totale delle infermiere nei confronti del corpo della ragazza).

Inoltre viene fuori il suo passato da “ragazza difficile”: sballottolata da una famiglia affidataria all’altra, è sempre stata descritta come una bambina in cerca di attenzioni. Gli agenti affidati al caso si sono già fatti un’idea: Marie sta mentendo e si è inventata tutto. Viene così messa sotto pressione e costretta a ritrattare. Qualche tempo dopo viene mandata in tribunale con l’accusa di falsa testimonianza e la storia diventa virale: Marie è dipinta come una bugiarda e viene abbandonata da tutti.

Qualche anno più tardi due detective, Karen Duvall (Merritt Wever) e Grace Rasmussen (Toni Collette), cominciano a indagare su una serie di stupri seriali che hanno molto in comune. Tra questi, c’è anche il caso di Marie.

Unbelievable non è la classica serie sullo stupro

Karen Duvall (Merritt Wever) e Grace Rasmussen (Toni Collette)

La serie tv segue così due binari narrativi che fino alla fine non sembrano mai incontrarsi: da un lato abbiamo l’indagine delle due detective per scoprire l’identità dello stupratore seriale; dall’altro seguiamo la vita di Marie, alle prese con tutte le conseguenze della sua ritrattazione. Noi sappiamo cosa è successo quella notte e sappiamo che Marie non ha mentito. Ci sentiamo impotenti, proprio come le altre donne vittime del violentatore, davanti a una verità scomoda che non tutti vogliono vedere. La tensione dell’indagine è orchestrata benissimo fino alla fine, dove ti ritrovi a tirare un sospiro di sollievo quando tutti si rendono conto che anche Marie, messa alla gogna mediatica, non stava mentendo.

Unbelievable non è la classica serie sullo stupro, né è il tipico crime drama. Sì, parla della violenza, ma l’atto non è mai mostrato con uno sguardo voyeuristico: è confuso, incerto, proprio come lo è nella mente delle donne che lo hanno subito e che si ritrovano costrette a riviverlo ogni volta. Lo sguardo di tutta la serie è gettato proprio su di loro, le vittime della violenza. Ognuna di loro è una donna diversa, ma sono tutte accomunate dallo stesso presentimento: la paura che possa ricapitare di nuovo.

Perché hai scelto me? Cosa mi hai visto fare che ti ha fatto scegliere me? Ho paura di farlo di nuovo. Non annaffio più il prato, non leggo più alla finestra. Dicono che l’abitudine ti espone, così ho rinunciato a ogni abitudine. Ha reso il mio mondo molto piccolo. E ancora non mi sento al sicuro. Se solo sapessi cosa ti ha fatto scegliere me. Se sapessi cosa ho fatto, smetterei di farlo e forse potrei riprendermi la mia vita.

Doris Laird

Noi assistiamo impotenti alla sofferenza e al terrore di queste donne, alla mercé di uno Stato che le prende alla leggera e di un sistema giuridico che qui mostra in pieno tutte le sue falle. Come dice un poliziotto nella serie, non possiamo occuparci di tutti gli stupri. Ma si possono cercare di prevenire.

Uno sguardo sulle vittime e sui vinti

La vicenda di Marie è un caso estremo, ma non è l’unico. Perché viene messo l’accento soprattutto su di lei? Perché è stata vittima di una doppia violenza: quella fisica e quella mediatica. Non c’è cosa peggiore se non scoprire che le persone che dovrebbero proteggerti non prendono sul serio quello che dici, ma anzi lo sminuiscono.

Mostrare le diverse reazioni delle vittime alla violenza è uno dei punti di forza di questa serie. Non esiste un manuale su come ci si debba comportare in un momento simile: ogni persona reagisce a un trauma in maniera diversa e purtroppo questa verità, così semplice, viene data sempre per scontata.

È proprio qui che viene fatto il primo errore che dà avvio a tutta la storia. L’unica “colpa” di Marie è stata avere una reazione “inusuale” rispetto a quello che ci si aspetta da una vittima di violenza: nessun pianto isterico, nessuno shock. È calma, distante, spesso evasiva. Alla base del fraintendimento c’è proprio la superiorità degli altri di sapere come una persona debba comportarsi davanti al dolore.

È tutto così asettico e freddo nella serie che pare di vedere un documentario. Per me è difficile dire “è una bella serie, è una brutta serie”. Qui il confine si fa molto labile: è una storia potente, veritiera, dolorosa. Colpisce come un pugno allo stomaco. La sensazione che ho avuto è stata la stessa provata guardando Sulla mia pelle (Alessio Cremonini, 2018): entrambe le opere hanno un modo di raccontare molto oggettivo e vogliono fare silente denuncia di un caso che non dovrebbe mai più ripetersi.

C’è tanta solitudine in questa storia. Tanta incomprensione. Il vuoto che si crea intorno alle donne raccontate nella serie è così desolante da lasciare senza fiato. Quelli raccontati sono casi estremi, ma non dimentichiamo che ci accadono con molta più frequenza di quello che pensiamo. Storie come queste possono soltanto servire come memento affinché non accada più.

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