The Irishman: l'ultima, grande epopea di Scorsese

Ho deciso con questo articolo di non fare l’ennesima recensione del film, dove dico se è bello o brutto, in quanto penso che, a distanza di un mese dall’uscita al cinema e dopo fior di recensioni uscite dai festival, sia alquanto innecessario dirvi se The Irishman sia o meno un film da vedere. La risposta non può che essere positiva.
Vorrei dunque piuttosto soffermarmi su cosa il film mi è parso volesse comunicare, e su alcune sensazioni che mi ha trasmesso quando l’ho visto per la prima volta.
Senza aggiungere altro, cominciamo!

Martin Scorsese insieme al cast

L’ultimo, grande lavoro di Martin Scorsese arriva a distanza di circa tre anni da Silence, film voluto fortemente dal regista, ma passato in sordina.

Silence fu frutto di una lunga e travagliata gestazione, durata circa 25 anni, in cui Scorsese tra impegni e porte chiuse da parte degli studios, non riusciva a trovare qualcuno disposto a scommettere su un film che, a conti fatti, era tutt’altro che commercialmente appetibile.

E’ doveroso fare questa premessa, in quanto The Irishman parte dalla medesima situazione: anche questo progetto è stato frutto di una lunga gestazione (sebbene molto più corta del film precedente) e di porte chiuse da parte degli studios, non disposti a spendere una cifra come 160 milioni di dollari per un regista anziano e per un film che, molto probabilmente, non sarebbe stato capace di riprendere una tale spesa.

Fortuna o sfortuna che sia, è arrivato Netflix, che in maniera controversa ha deciso di dare carta bianca al caro Martin, mettendo però quei classici paletti distributivi tipici del servizio di streaming che ancora oggi fanno discutere, me compreso.

Così, The Irishman è arrivato a noi, in tutta la sua opulenta bellezza.

Al Pacino e Robert De Niro in un dietro le quinte del film

Al di là delle polemiche distributive, non è difficile capire come mai un film del genere è stato così rifiutato dagli studios. The Irishman, così come pensato da Scorsese, è un film che solo dalle premesse può risultare facile, ma che nella realtà è complesso e stratificato, e certamente la lunghezza di 3 ore e mezzo non aiuta a farlo digerire allo spettatore casuale.

Questo perché The Irishman è sì l’ennesima avventura di Scorsese nel genere gangster, ma stavolta il regista lo fa con un occhio ed una sensibilità diversi, e da questo si capisce anche come mai il buon Martin si è intestardito così tanto nella scelta degli attori e nel loro ringiovanimento digitale. Di questo però ne parlerò tra poco.

Questa pellicola possiamo collocarla a conclusione di una ideale trilogia (non confermata) che racchiude in sé Quei Bravi Ragazzi e Casinò. Il motivo di quello che ho scritto non è solo da ricercarsi nel fatto che tutti questi film sono gangster movies, ma anche nel loro condividere un linguaggio tecnico e narrativo molto simile.

Tutti e tre queste pellicole hanno in comune la narrazione di un’ascesa e caduta di un impero criminale. Quello della mafia nella Little Italy newyorkese in Quei Bravi Ragazzi. Quello dei casinò gestiti da famiglie criminali a Las Vegas in Casinò. Infine quello della famiglia Bufalino e del sindacalista Jimmy Hoffa in The Irishman. Questi racconti di splendore e disgrazia criminali si sono sempre inseriti in un’ottica di riflessione più grande, che andava di pari passo con la storia americana.

Se, tuttavia, questo tasto veniva toccato solo superficialmente nei primi due film, in The Irishman Scorsese porta questa e altre riflessioni a compimento, aiutato anche dalla totale libertà e dalla durata generosa.

Una scena del film

Ecco quindi che la storia di Frank Sheeran, Russell Bufalino e Jimmy Hoffa (interpretati rispettivamente da Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino) diventano lo squarcio di una parte molto lunga di storia americana, che tocca la famiglia Kennedy, Cuba, e soprattutto i vari cambiamenti che investono la società americana dell’epoca. Tutti questi elementi vengono ovviamente filtrati attraverso gli occhi dei tre protagonisti che questi cambiamenti li vivono sulla loro pelle, sia figurativamente che biologicamente, con l’età che avanza e la vecchiaia che arriva lentamente ma inesorabilmente a prendere il controllo dei loro corpi e della loro mente.
Quest’ultima riflessione, in particolare, è molto importante, poiché non si ferma solo ai confini dettati dal film, ma investe anche la realtà.

Ecco quindi che si spiega come mai Scorsese si è così tanto intestardito nel formare proprio quel cast, proprio quei nomi, e nel ringiovanirli digitalmente con un processo costoso e tutt’altro che pratico.
Martin Scorsese, Robert De Niro, Joe Pesci, Al Pacino sono tutti protagonisti di una certa era, di una certa Hollywood e di un certo tipo di cinema, con i primi tre che sono stati insieme per moltissimo tempo della loro rispettiva carriera.

La loro storia si congiunge figurativamente a quella dei protagonisti del film, loro che dopo aver vissuto una età dell’oro del cinema, adesso, alla soglia degli ottant’anni, si ritrovano inevitabilmente a dover fare i conti con la loro vita, la loro anzianità e, purtroppo, anche alla mortalità.

Non si può scindere questo concetto dal film, altrimenti non se ne capirebbe il senso più profondo, soprattutto nel momento in cui si arriva alla parte finale della pellicola. Lì questa riflessione giunge a compimento e Scorsese, con straordinaria delicatezza ed eleganza, ci mostra una delle scene più toccanti della sua filmografia.
The Irishman è una riflessione sul tempo che avanza, sugli ineluttabili cambiamenti che porta con sé e sulla fragilità dell’uomo davanti a questi cambiamenti, soprattutto quando spogliato della sua giovinezza e messo a contatto con la solitudine della vecchiaia.

Con questa consapevolezza in mente, forse allora si capisce anche la scelta di rendere questo lavoro un film dal ritmo lento e con pochissima azione, ben lontano dalla narrazione veloce e agitata dei due film sopracitati, in cui una colonna sonora onnipresente e un voice over del protagonista ci catapultavano in un mondo fatto sì di criminalità e cattiveria, ma anche di straordinaria vitalità.

E’ un film che si regge, soprattutto, sulla presenza incredibile dei tre protagonisti, sulla recitazione dei suoi leggendari interpreti e sui loro corpi che, nonostante il ringiovanimento, sono inevitabilmente appesantiti.

Da sinistra a destra: Joe Pesci, Al Pacino, Martin Scorsese, Robert De Niro e Harvey Keitel

Con The Irishman Martin Scorsese ha fatto, esattamente come in Silence, un film estremamente personale, con totale libertà e noncurante di eventuali rigetti che una durata simile poteva comportare. Un film che, se non fosse per l’annuncio di nuovi progetti da parte del regista, si potrebbe tranquillamente considerare il suo ultimo film.

In The Irishman si respira un’aria di piena Nuova Hollywood, di cui Scorsese è sempre stato uno dei suoi più grandi interpreti, di un’epopea gangster come non se ne vedeva da tanto tempo, e di cui non ne rivedremo traccia per altrettanto. Non sta a me dire se sia un capolavoro, o se sia o meno uno dei più grandi film di Scorsese: il tempo lo dirà per noi.

E’ certo però che The Irishman va visto, e che bisogna ancora una volta ringraziare Martin Scorsese per insegnarci cosa è il cinema.

Pubblicato da Matteo Mungai

Fondatore del blog "La Nappa", di cui sono anche redattore. Appassionato di cinema, musica, serie tv e videogiochi.

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