Una Nappa al Lucca Comics – I Diamond Dogs

A ogni Lucca Comics una delle domande che mi pongo spesso è: dove posso andare a spendere i miei pochi risparmi stavolta? Ormai passata da un pezzo la mia fissazione per i gadget (anche se, ancora oggi, i peluche di alpaca mi fanno molta gola), sono passata a un’altra grande ossessione insieme ai libri: i fumetti. Ma è sempre difficile scegliere quando ci sono così tanti titoli interessanti e tantissime liste piene di consigli su cosa acquistare durante il Lucca Comics. Un po’ a forza e un po’ spintonando, anch’io mi voglio inserire in questo marasma di consigli andando però a cercare non quello che tutti vogliono, ma quello di cui tutti possono aver bisogno.

Ad esempio, avete presente la Self Area del Lucca Comics?

Mi piacerebbe aprire questa prima serie di consigli con un collettivo indie che mi ha fatto avvicinare molto a questa realtà, fino a qualche anno per me completamente sconosciuta. I Diamond Dogs (un nome che, da amante di David Bowie, non posso che apprezzare) sono dei ragazzacci che amano fare fumetti e questo tanto basta per loro. Si tratta di un collettivo creatosi dal gennaio di quest’anno sull’onda del successo di Sympathy for the Demon, un fumetto nato all’inizio come una serie di strisce comiche su Facebook. Se non avete mai sentito parlare di Nergal e della sua incredibile somiglianza con il Crowley di David Tennant, vi consiglio assolutamente di recuperarlo sulla loro pagina.

Nergal che distrugge La Nappa

Roy e Vyles sono gli autori di Sympathy for the Demon e sono stati anche i primi fondatori di questo collettivo editoriale che ha aperto loro le porte del Lucca Comics. I Diamond Dogs hanno tre linee editoriali: una linea di antologici che raccolgono i nomi degli artisti e degli autori emergenti del panorama fumettistico indie italiano, una linea di graphic novel e la linea dedicata a Sympathy for the Demon.

Ciò che contraddistingue i Diamong Dogs nel panorama del fumetto indipendente non è solo la loro eterogeneità, ma anche il fatto che hanno raccolto intorno a loro tante storie con tanti stili diversi in grado di mischiare l’underground e il pop. Ogni racconto è unico nel suo genere e capace di far emergere appieno la personalità di ciascun autore. La bellezza di tutto questo sta proprio nello scoprire come verrà raccontata la prossima storia, cosa si inventeranno per stupirci e colpirci un po’ al cuore. Perché ci riescono proprio bene.

Andiamo a esplorare cosa hanno fatto finora.

Insetti

Questo è stato in assoluto il primo antologico del gruppo e il primo esperimento che racchiude al suo interno stili completamente diversi tra loro. Come si intuisce già dal titolo, i protagonisti assoluti della raccolta sono gli insetti: insetti umani, insetti persone, simili e spaventosi come noi.

Marzo ha 21 giorni (Giulia Marcolini e Barbara Giorgi)

Come si può elaborare il lutto di una persona cara? La protagonista di questo diario di 32 pagine (inciso con punta d’acciaio su fogli di acetato nero) si ritrova ad affrontare l’anniversario della morte di una sua amica nel mese di marzo: un mese che d’improvviso sembra ridursi a pura attesa. Ecco che allora marzo ha 21 giorni: in quei 21 giorni la protagonista parla di un dolore che le stava addosso come un’ombra e che ora, con l’avvicinarsi di quella fatidica data, sembra alleggerirsi. Avere la consapevolezza del lutto è un fatto, ma accettarlo e andare avanti è il passo più difficile. Ed è superandolo che marzo tornerà ad avere di nuovo 31 giorni.

Sympathy for the Demon – Genesis (Roy e Vyles)

Tutti abbiamo un desiderio che vorremo realizzare. E anche se sembra impossibile, ci pensa Nergal a esaudirlo per noi al modico prezzo della nostra anima. Anche se non sempre il risultato è quello sperato. Nergal è un demone che lavora per Lucifero, ma è anche il supereroe di un mondo che ne ha sempre più bisogno. Se nelle strisce su Facebook abbiamo avuto un assaggio dei suoi poteri (prendendo i desideri anche fin troppo alla lettera) e del suo buon cuore, qui finalmente scopriamo le origini del personaggio: chi era prima di lavorare per il Diavolo, cosa nasconde dietro gli occhiali (spoiler: un paio di occhi), chi è Ezekiel. Tutte domande che trovano una risposta dolceamara alla fine del volume.

Chromo (Vyles)

La vita di un apatico alieno cambia nel momento in cui decide di adottare una pianta e di prendersene cura. Durante la crescita della pianta, fra i due si instaura un forte legame che porta l’alieno a sperimentare una serie di emozioni mai provate prima. Le cose si complicano quando inizia a dover fare i conti con le emozioni negative, come la rabbia e la paura dovute a un malanno improvviso della pianta. È meglio non aver provato mai niente o aver sofferto sentendosi quasi vivi?

Nel loro stand alla Self Area del Lucca Comics potrete trovare anche le loro ultime novità: il nuovo antologico dal titolo Giocattoli, Guts and Dimes – La banda dell’occhio pallido di Roy e Vyles e Tutto da rifare di Soldo di Cacio, una promettente autrice già comparsa nella prima antologia. Quando leggo qualcosa di loro, mi sembra di riuscirmi a ritagliare un pezzo tutto per me in questo mondo: mi sento meno sola, più umana. Ecco, se dovessi usare una sola parola per descriverli, sarebbe questa: fanno fumetti umani.

La Nappa Musicale #1

Inauguriamo questo appuntamento periodico di consigli musicali partendo da alcuni dei miei album preferiti anni ’70, di cui ve ne proporrò quattro. Buona lettura e buon ascolto!

Electric Warrior (T.Rex, 1971)

Electric Warrior è uno di quei rari esempi di disco praticamente perfetto. Il folgorante secondo album in studio dei rinnovati T.Rex guidati da Marc Bolan diede inizio ufficiale al movimento del glam rock che di lì a poco sarebbe esploso coinvolgendo, tra tanti, anche David Bowie.
Attingendo a piene mani dal rock n roll anni ’50 e unendolo a melodie pop semplici e irresistibili, Electric Warrior è un album che entra in testa per poi non uscirci più, complice anche lo straordinario uso della chitarra da parte di Marc Bolan e una produzione immacolata di Tony Visconti.
Tra le molte tracce iconiche ricordiamo Mambo Sun, Cosmic Dancer, Monolith e la famosissima Get It On.
Uno di quegli album, insomma, sì famosi ma di cui si parla sempre poco.

Diamond Dogs (David Bowie, 1974)

Se Electric Warrior era l’inizio del glam rock, Diamond Dogs ne è la fine, e se non lo è per l’intero genere, lo fu per David Bowie.
Dopo aver dato l’addio al personaggio di Ziggy Stardust, David Bowie rilascia questo album di transizione, che all’epoca deluse e non poco sia i fan che i critici.
Credo però che in tutte le sue imperfezioni e incoerenze, questo sia uno degli album più affascinanti del Duca Bianco.
Diamond Dogs è decadente, chiassoso e sporco; si ispira a 1984 di George Orwell, ne cattura alcuni temi, ma non lo segue per tutte le sue tracce, e questo contribuisce a generare la sensazione di caos che si ha ascoltandolo.
Stilisticamente, si tratta di un album che fonde il glam rock con influenze funk e soul (sebbene non in tutte le tracce), anticipando per certi versi il lavoro che Bowie farà con il successivo Young Americans.
Tra le varie canzoni, da ricordare Sweet Thing-Candidate-Sweet Thing (Reprise), la famosissima Rebel Rebel, Rock ‘n’ Roll With Me e We Are The Dead.
Magari non vi piacerà, ma merita decisamente un ascolto.

John Lennon/Plastic Ono Band (John Lennon, 1970)

Quello di cui mi accingo a parlare è senza ombra di dubbio uno dei miei album del cuore.
Di solito quando si parla di John Lennon, se ne fa nell’ottica dell’album Imagine e della sua omonima canzone, tralasciando quello che a tutti gli effetti è il suo vero capolavoro, ovvero questo John Lennon/Plastic Ono Band.
Strutturato come una vera e propria seduta psicoterapeutica, questo è uno di quegli album che riescono a colpire in pieno il cuore e le emozioni dell’ascoltatore.
Aiutato da un suono secco, asciutto, e con pochissimi arricchimenti, con questo album John Lennon riuscì a mettere a nudo tutta la sua situazione emotiva dell’epoca, con picchi di rara bellezza.
Esattamente come con Electric Warrior, ci troviamo davanti ad un album talmente eccezionale che è davvero difficile parlarne, ed è molto più semplice invitarvi caldamente ad ascoltarlo.
Se volete delle anticipazioni sul contenuto del disco, consiglio l’ascolto di Mother, Working Class Hero, Isolation o Love.

Goodbye Yellow Brick Road (Elton John, 1973)

Concludiamo questo primo appuntamento con quello che, giustamente, è considerabile come il magnum opus di Elton John.
Goodbye Yellow Brick Road è un altro album pressoché perfetto, nonostante la sua lunghezza e le sue numerose tracce.
Spaziando tra classiche ballate e scatenati pezzi rock n roll, l’album riesce a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore fino alla fine, senza mai cadere in meri riempitivi, merito ovviamente della solita maestria di Elton John alle melodie e Bernie Taupin ai testi, qui al loro apice.
A livello contenutistico, l’album si pone come una riflessione nostalgica sull’infanzia e la cultura del passato.
Tra i pezzi più famosi ricordiamo Candle In The Wind, originariamente scritta in ricordo di Marilyn Monroe, Bennie And The Jets e Goodbye Yellow Brick Road.
Questo è uno di quegli album che sono sicuro piacerà anche a chi normalmente non è avvezzo a questo tipo di musica, per cui dategli assolutamente una chance!

“Joker”: cronache di una delusione

Dopo aver vinto il Leone d’Oro a Venezia ed aver ottenuto il plauso quasi universale del pubblico, finalmente anche noi in Italia abbiamo avuto l’occasione di poter vedere il “cinecomic d’autore” di Todd Phillips.
Come avrete modo di leggere, purtroppo Joker non mi ha convinto. Vediamone i motivi nella nostra recensione.

Arthur è un reietto in una società che non lo accetta

Arthur Fleck (Joaquin Phoenix)

Il personaggio del Joker in questo film prende un nome ed un volto ben preciso: Arthur Fleck (Joaquin Phoenix).
Egli ha come aspirazione quella di fare il comico e di far ridere le persone, ispirandosi al suo idolo Murray Franklin (Robert De Niro).
Il sogno sembra però essere lontano dal realizzarsi; Arthur vive infatti insieme a sua madre, un’inferma mentale di cui deve costantemente prendersi cura, ed egli stesso è un malato di mente.
Soffre infatti di una particolare patologia che gli provoca una risata incontrollata, oltre che di schizofrenia e depressione. Per questi motivi, non riesce ad integrarsi nella società.

Le cose si complicano quando gli aiuti psicologici di cui necessita vengono meno a causa di tagli alla sanità, lasciandolo di fatto solo contro un mondo che non lo accetta.
L’alienazione sociale porta Arthur a dover fare i conti con il mostro che risiede dentro di lui, ovvero Joker.

Il pregio principale di Joker si chiama Joaquin Phoenix

Essendo Joker strutturato principalmente come un’introspezione su un personaggio, appare ovvio come il focus del film sia tutto sul suo attore protagonista, quel Joaquin Phoenix istrionico che in questi anni si è fatto (giustamente) amare con moltissime interpretazioni magistrali.
Anche in questo caso ci troviamo davanti ad una grandissima interpretazione.
Phoenix si è preparato moltissimo per questo ruolo, e si vede fin dai primi fotogrammi.
Ogni espressione, ogni movimento di Arthur è recitato dall’attore con grandissima intensità ed è impressionante anche il dimagrimento a cui si è sottoposto per entrare nei panni del personaggio.
Non si può rimanere indifferenti davanti a quel corpo magro e ossuto, sintomo di un disagio interiore che si riflette anche nel fisico, e che viene di conseguenza riflesso a noi spettatori.

Oltre all’interpretazione di Phoenix, l’altro grande pregio del film è la colonna sonora, creata da Hildur Guðnadóttir, forse fin troppo invadente, ma efficace nel trasmettere il tormento interiore di Arthur.
Particolare plauso voglio fare al tema principale del film, veramente bellissimo.

Degna di nota anche la fotografia, con il contrasto di tonalità fredde e calde in grado di trasmettere sia i vari stati d’animo di Arthur che la freddezza della città e della società in cui vive.
Buona anche la regia, sebbene, come vedremo, abbastanza derivativa.

Nonostante i pregi, Joker ha molto che non funziona

Il primo problema risiede nel momento in cui si sposta lo sguardo dal personaggio interpretato da Joaquin Phoenix. Se, infatti, l’introspezione psicologica di Arthur è eseguita molto bene, lo stesso non si può dire della sceneggiatura e quindi del messaggio di critica sociale che Joker porta avanti e che non si può ignorare.
La sceneggiatura non solo ha dialoghi tutt’altro che brillanti, ma risulta anche estremamente superficiale nel denunciare la società odierna, banalizzando un argomento che avrebbe avuto bisogno di ben altre riflessioni.
La stessa cattiveria a cui Arthur è sottoposto fin dall’inizio, per esempio nella scena del pestaggio, appare più come una forzatura atta a manipolare lo spettatore furbescamente, che una critica alla società stessa. Soprattutto se si considera che questo tipo di tattica viene proposta più volte nel corso del film.

Il secondo problema risiede nel fatto che Joker, nonostante la sua “originalità” per il filone a cui è attaccato, è un film fortemente derivativo.
Soprattutto lo è di Martin Scorsese, che inizialmente doveva essere attaccato al progetto in qualità di produttore e da cui il film attinge sia dal punto di vista registico che narrativo.
I rimandi sono molteplici, a partire da Re Per Una Notte, di cui Joker rappresenta un palese omaggio, sia per la trama che per il personaggio di Robert De Niro, il cui ruolo nel film è quasi uguale a quello che fu di Jerry Lewis nella pellicola di Scorsese.
Oltre a questo, Joker attinge molto anche da Taxi Driver, soprattutto nello studio del personaggio, nel tema dell’alienazione sociale e nella Gotham che mai come in questo film somiglia a New York.
Queste ispirazioni, se da una parte sono genuine, dall’altra finiscono per rendere Joker un film con molta meno personalità di quel che potrebbe avere.

Tempo di tirare le somme: promosso o bocciato?

Il regista Todd Phillips insieme a Joaquin Phoenix

Non ci sono dubbi che, se confrontiamo questo Joker con ciò che è stato finora l’universo DC, questo venga fuori come un piccolo miracolo ed un grande capolavoro. Peccato che se dovessimo togliere tutti i riferimenti fumettistici e togliere soprattutto quell’ingombrante nome dal titolo, decidendo di chiamare questa pellicola in altro modo e allontanandolo da quell’etichetta di cinecomic che non gli appartiene, il film ne esca decisamente ridimensionato.

Una grandissima interpretazione attoriale purtroppo non fa un intero film, e Joker ne è la riprova. Se si fosse deciso di strutturare meglio la sceneggiatura, il messaggio sociale e di togliere alcune scelte furbastre di trama, oltre che a far dipendere meno il film da grandi classici a cui fin troppo attinge, ne sarebbe uscito un film che avrei promosso in pieno.

Nonostante questa mia severità, Joker è comunque un buon film, con una bella introspezione psicologica del protagonista, ed un’interessante reinvenzione di un personaggio iconico.



5 libri per prepararsi al Coming Out

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Coming Out, un momento importante nella comunità LGBT che però non tutti (per un motivo o per un altro) hanno potuto affrontare bene: c’è chi è già “uscito dall’armadio”, chi non l’ha ancora fatto perché non se la sente, chi invece non ne avverte il bisogno. Il coming out non è uguale per tutti e ognuno deve viverselo come meglio crede.

Qui voglio proporvi una serie di libri su questo tema. Non sono dei veri e propri manuali sull’argomento (a parte uno), ma aiutano a prendere coraggio mostrando le difficoltà e la libertà di questo momento. Qui non si parlarà soltanto di coming out sull’orientamento sessuale, ma anche sulla propria identità di genere e sull’accettazione di come realmente siamo. Spero che queste letture possano divertirvi (e farvi scendere una lacrimuccia quando serve).

1)Il principe e la sarta di Jen Wang (BAO Publishing, 2019)

Questo fumetto è un piccolo gioiello di dolcezza. È la storia di una giovane e geniale sarta che viene ingaggiata dal principe del Belgio per realizzare degli abiti femminili d’alta moda. Il principe è infatti un cross-dresser che si fa chiamare con il nome di Lady Crystallia. I due amici si troveranno a sfidare i pregiudizi di una società che, per quanto alla moda e stravagante, non è ancora pronta ad aprirsi mentalmente a un tale cambiamento.

L’autrice è riuscita a rappresentare con vivido realismo il disagio del principe, incapace di sentirsi a suo agio con se stesso. Soltanto grazie all’aiuto e all’amicizia della sarta riuscirà a trovare il coraggio di mostrarsi al mondo: è infatti sia il principe che Lady Crystallia. In questa storia senza tempo il coming out del principe non avviene con facilità e, suo malgrado, si vedrà costretto ad affrontarne le conseguenze. Ma il lieto fine si chiude con una commovente lezione sull’accettazione. Non importa chi sei, come preferisci sentirti o vestirti: questo non cambia la persona che gli altri hanno imparato ad apprezzare e amare.

In una galassia non così tanto lontana, c’è Mass Effect

Premetto che qui parlerò della trilogia principale di Mass Effect, escludendo il capitolo sequel.

Durante la Settimana dello Spazio abbiamo parlato di scienziati sulla luna, monoliti misteriosi e una coppia di fratelli nello spazio. L’universo, così misterioso e lontano, ha da sempre attratto le menti più fantasiose. E se ti dicessi che puoi vivere la tua personale avventura nello spazio? Magari a bordo di una nave, al comando di un esercito ed esplorando i confini più sconosciuti della galassia?

Benvenuto, allora, dentro l’universo di Mass Effect.

Mass Effect

Mass Effect è una saga di videogiochi RPG della BioWare, la stessa casa di produzione della saga Dragon Age. La trilogia ha avuto un successo incredibile non solo per l’originalità della storia, ma soprattutto perché ha messo in piedi un universo intero di razze tutte diverse tra loro, con regole e politiche che il personaggio principale, il comandante umano Shepard, può appoggiare oppure no. Gli umani non sono da soli e non sono più al centro dell’universo.

Si tratta di un’avventura epica attraverso la galassia dove ogni tua scelta sembra avere un peso importante per decidere le sorti dell’universo. La logica che questi giochi seguono è semplice: non importa chi sei, da quale parte della galassia vieni, se sei un operaio o il primo dell’esercito, le tue scelte possono fare la differenza. Le decisioni sono lasciate completamente nelle mani del giocatore, che non è più soltanto uno spettatore passivo ma diviene il protagonista di un’avventura epica ai confini più lontani dell’universo.

Ed è proprio su queste decisioni che la saga gioca.

Mass Effect - Shepard

Tutte le scelte fatte durante la trilogia (dalle più piccole alle più grandi) vengono portate avanti fino alla fine e hanno delle precise ripercussioni: a partire dalla relazione romantica che decidi di intraprendere, fino alla decisione su chi vive e chi muore. Il videogioco ti ricorda costantemente cosa hai fatto perché ogni scelta ha un suo peso: sei tu a decidere, con anche la più piccola azione, del destino di molti personaggi o dell’andamento della trama.

Può sembrare molto angosciante avere sulle proprie spalle tutta questa pressione. Ma fa molto riflettere l’effetto che certe azioni possono avere su chi ci circonda, facendo prendere coscienza del non dare mai niente per scontato.

Spesso pensiamo che alcune storie lontane da noi non ci possano riguardare. Eppure non è così in Mass Effect.

Mass Effect - Razziatori

Fin da subito il gioco ti proietta in una realtà oppressa da una minaccia che sembra avere tutti gli aspetti di una leggenda. Sei il solo a conoscenza di questo e nessuno sembra crederti. È inevitabile che prima o poi i Razziatori arrivino a colpire la tua realtà, ma ciò non ti impedisce di fare di tutto per cercare di evitarla. Dalle più piccole azioni, alle scelte più difficili e pesanti.

Molte di queste decisioni giocano sulla sensibilità di ogni giocatore: puoi decidere se salvare o meno la specie dei Rachni, così come puoi scegliere se condannare o meno i Krogan quando ti viene offerta la possibilità di creare un siero per salvare la loro razza. Diverse specie vuol dire anche diversi modi di comportarsi con ciascuna di esse. Si parla di mentalità differenti che cozzano tra di loro, dando vita a vere e proprie guerre che non trovano una fine da anni. I conflitti sono alla base di molte interazioni di Mass Effect: la galassia è enorme, è difficile che tutti vadano d’accordo.

Mass Effect - The Council

Eppure ci provano: per quanto siano diversi e le divergenze politiche siano evidenti, tutte le razze collaborano l’una con l’altra nel momento del bisogno. Quando la minaccia dei Razziatori si presenta nella galassia, tocca a Shepard (e quindi al giocatore) fare in modo che tutte le specie collaborino tra di loro per evitare l’estinzione. Perché se non si uniscono le forze, non c’è futuro per nessuno.

Un universo che è anche la nostra casa

Di solito il genere science fiction è un ottimo posto dove esplorare i diversi modi di agire che applichiamo alla vita di tutti i giorni: se il giocatore si trova in una dimensione differente dalla sua, si sente allora più libero di agire come meglio crede, seguendo idee che non sempre riesce a mostrare nella vita di tutti i giorni. È anche questo il fascino dei videogiochi. Entrare in una realtà differente dalla tua, vivere vite diverse e contribuire in modo attivo al destino di quel mondo.

Mass Effect catapulta in una realtà che, nonostante appaia distante come le stelle che guardiamo in cielo, è profondamente vicina alla nostra. Possiamo confrontarci con essa, sentendoci quasi a casa. Perché facciamo tutti parte dello stesso universo.

Fratelli nello Spazio: esplorare l’universo per esplorare noi stessi

La Settimana dello Spazio è nel suo vivo e quale miglior modo per celebrarla se non parlare di uno dei manga a tema spazio più influenti degli ultimi anni? Uchu Kyodai – Fratelli nello Spazio è un manga pubblicato per la prima volta in Giappone nel 2008 e in attivo da ormai più di 10 anni.

Fratelli nello Spazio: uno slice of life nello spazio

Fratelli nello Spazio

L’opera in sè non ha una trama molto complessa ed articolata (tranquilli, non ci saranno spoiler), infatti le vicende raccontate si aprono sulla vita di Mutta Nanba, ingegnere automobilistico ormai più che trentenne  il cui sogno da ragazzino era quello di diventare astronauta assieme a suo fratello minore Hibito, traguardo che però solo quest’ultimo è riuscito a raggiungere. Fratelli nello Spazio quindi ha inizio dalla decisione di Mutta di tornare ad inseguire il suo sogno e di percorrere le orme del fratello, in quello che fondamentalmente è uno slice of life della vita piena di insidie che può essere quella di un aspirante astronauta.

Ciò che colpisce durante la lettura di Fratelli nello Spazio è che tale opera utilizza la scusa del vastissimo Universo inesplorato che ci circonda per parlare delle persone e alle persone: quello che sembra il punto focale dell’opera infatti viene spesso messo in ombra dai veri protagonisti, ovvero le relazioni umane tra i personaggi principali e secondari, che diventano una vera e propria palestra emotiva sia per loro e per il lettore. Basti pensare alla potenza del rapporto tra Mutta e Sharon, un affetto e una fiducia reciproci così ben resi da trasudare dalle pagine del manga e scavare dentro ognuno di noi, a rischio lacrimoni per i più sensibili.

Fratelli nello Spazio

Pensateci poi: Mutta, un ingegnere trentenne, decide di mollare il suo ben pagato ma poco stimolante lavoro per buttarsi a capofitto in un’avventura dalla strada incerta, solo per seguire i suoi sogni. Non è forse questa una vera e propria ode al concetto di “fai ciò che ti rende felice”? Ma di questo concetto vengono comunque mostrate le difficoltà: lo sforzo e il sudore che Mutta verserà ogni giorno per inseguire la carriera dell’astronauta è tutto lì, rappresentato senza filtri, nero su bianco.

Un’opera degna di interesse

Fratelli nello Spazio

Infine concludo questo mio pezzo con qualche considerazione marginale rispetto all’opera e ai suoi concetti cardine. Per esempio, ci tengo ad esaltare la maestria con cui l’autore Chuya Koyama ha riprodotto tecnologie, mezzi e procedure tipiche di una realtà così poco quotidiana come quella della Nasa e della Jaxa. Questo denota un lavoro certosino di approfondimento della storia che guadagna in credibilità e godibilità.

Spero con questo mio pezzo di aver toccato le corde giuste per farvi interessare alla lettura di questa opera, che ha meritato e sta continuando a meritare tutto il successo possibile.

Cinema e Spazio: 3 film per 3 epoche

Si sa, l’Universo da sempre attrae la curiosità umana, e non dovrebbe stupire che tale argomento sia stato esplorato nel mondo del cinema fin dai suoi albori.
Inauguriamo la settimana dello Spazio con una nostra selezione di 3 film a tema, scelti tra 3 diverse epoche. Buona lettura!

Viaggio Nella Luna (1902, George Méliès)

Non potevamo iniziare questa lista senza includere quello che, a tutti gli effetti, è il primo film di fantascienza nella storia del cinema.
Questo breve ma importantissimo film di George Méliès, pioniere del montaggio e padre degli effetti speciali, rimane ancora oggi una visione straordinaria e affascinante, grazie all’inventiva con cui Méliès lo costruisce.
Liberamente tratto dai romanzi Dalla terra alla Luna di Jules Verne e I primi uomini sulla Luna di H.G. Wells, padri a loro volta del genere letterario fantascientifico, Viaggio nella Luna è la storia di un gruppo di astronomi che, con una navicella a forma di proiettile, vengono sparati sulla Luna tramite un cannone, schiantandosi nell’occhio della stessa.
Quest’ultima scena è una delle più iconiche in assoluto nella storia del cinema, e vi sarà capitato sicuramente di vederla almeno una volta nella vita.
In soli 20 minuti, Méliès riesce ad incantare utilizzando tutti i trucchi ereditati dal suo passato come prestigiatore e teatrante, regalandoci una visione divertente ed ironica di un bizzarro viaggio (all’epoca soltanto sognato) sulla Luna.
Per meglio apprezzare la magia e il lavoro svolto dietro questo film, consiglio di recuperare la versione a colori dipinta a mano, con la speranza di invogliarvi a guardare più opere di questo grandissimo regista, purtroppo spesso dimenticato.

2001: Odissea Nello Spazio (1968, Stanley Kubrick)

Eccoci a quello che a tutti gli effetti è il film più rappresentativo dell’argomento di cui parliamo in questo articolo.
Nel 1968 Stanley Kubrick crea il suo capolavoro assoluto, un film talmente complesso e visionario che il solo parlarne senza rischiare di banalizzarlo è un’impresa assai ardua: 2001: Odissea Nello Spazio.
Partiamo col dire che quando si parla di questa pellicola, si parla di una esperienza trascendentale, di qualcosa che non si deve necessariamente comprendere, ma solo vivere.
Più di ogni altra opera nella storia del cinema, 2001: Odissea Nello Spazio è riuscito a trasmettere la sensazione di ignoto e a mostrare la curiosità insita nella natura umana, che spinge ad avventurarsi (letteralmente) ai confini dell’Universo.
A partire da quei primi fotogrammi con l’iconica colonna sonora, per poi passare alla scoperta del monolito da parte dei primati, ad HAL 9000 ed infine alla sequenza dello Star Gate che porta alla conclusione della pellicola, non c’è un solo momento in cui non si è affascinati da quello che si sta vedendo, come se anche noi spettatori, esattamente come gli esseri umani nel film, stessimo assistendo alla scoperta di qualcosa di straordinario.
La cosa che affascina ancora oggi di 2001: Odissea Nello Spazio, è la sua capacità di resistere al tempo, e se si pensa che il film è del 1968, non si può che rimanere ancor più di sasso.
Se non vi è ancora capitato di vederlo, questa è una di quelle opere da vedere almeno una volta nella vita.

Moon (2009, Duncan Jones)

Per gli anni 2000, ho deciso di risparmiarvi il classico Interstellar e di parlarvi invece di questo bel film del 2009 diretto da Duncan Jones (figlio di David Bowie!), ovvero Moon.
Seppur l’argomento “Spazio” venga affrontato sempre in un’ottica fantascientifica, Jones si approccia al genere con una maggiore ricerca scientifica e di realismo, ponendo l’accento non tanto su astronavi e navicelle, ma sugli spazi vuoti e sulla sensazione straniante che stare nello Spazio provoca, e per certi versi, non è sbagliato accostare questo film a quel 2001: Odissea Nello Spazio di cui ho parlato poc’anzi, opera da cui Jones sembra attingere molto.
Basti pensare al computer di bordo GERTY, che ricorda moltissimo HAL 9000 seppur, come avrete modo di vedere, le conclusioni a cui Jones arriva sono ben diverse.
Senza svelarvi niente e lasciandovi il piacere di scoprire il film da soli, Moon è un esempio perfetto di quel cinema di fantascienza che ormai si vede poco nel periodo odierno, che attinge a piene mani dallo stile del passato, una fantascienza in grado però di raccontare lo Spazio per quello che realmente rappresenta: l’ignoto.
Un’opera prima grandiosa da vedere assolutamente.






“Undone”: un gioiello visivo

Uscita il 13 Settembre in esclusiva su Amazon Prime Video, Undone è la nuova serie dai creatori di Bojack Horseman. Vediamo com’è nella nostra recensione.

La trappola della quotidianità

Undone - Alma
Alma, la protagonista

Undone è definibile come una commedia/dramma esistenziale. La protagonista, Alma (Rosa Salazar), è una giovane donna insoddisfatta dalla sua vita attuale, fatta di monotonia e routine ormai diventate insopportabili.
In seguito ad un feroce litigio, Alma finisce vittima di un incidente, scatenato dall’improvvisa apparizione di suo padre Jacob (Bob Odenkirk), morto quando lei era ancora una bambina.
Risvegliatasi in ospedale, ha modo di dialogare con lui e comprende di aver ottenuto la capacità di viaggiare nel tempo, con cui decide di risolvere l’enigma dietro la morte del padre.

Tutta la serie ruota per l’appunto intorno alla precaria condizione mentale della protagonista ed il sistema dei viaggi temporali e mentali sfruttati nel corso della storia si propone come obiettivo quello di sviscerare i motivi che l’hanno portata a diventare come è adesso, oltre a svelare in questo modo anche il passato dei personaggi che la circondano.
Nonostante l’incipit, la narrazione è l’aspetto meno riuscito della serie. Undone parte infatti molto bene nella prima parte, grazie all’alone di mistero che circonda tutta la vicenda, per poi lentamente calare nella seconda parte, quando molti nodi vengono al pettine e si capisce più o meno dove la storia voglia andare a parare.

Non aiuta poi molto una sceneggiatura che vuol coprire troppi argomenti insieme e un cast di personaggi poco interessanti. Per fortuna a colmare queste lacune e a rendere la serie meritevole di una visione, subentra l’eccellente comparto grafico.


Uno spettacolo per gli occhi

Undone
Alma e suo padre Jacob

Dal punto di vista tecnico, Undone fa un uso congiunto di due tecniche di animazione: quella del rotoscopio e dell’animazione tradizionale.
La prima viene utilizzata per le vicende ambientate nella “realtà” e dona alla serie una caratteristica atmosfera surreale tipica delle produzioni che adottano questa tecnica; la seconda viene utilizzata invece per le sequenze all’interno della mente di Alma, che fanno uso di fondali dipinti a mano.
Questa combinazione rende Undone un vero e proprio caleidoscopio di suggestioni, colori e figure che colpiscono lo spettatore in maniera originale e inaspettata, ed è proprio questo l’aspetto che eleva maggiormente una serie che, con attori in carne ed ossa, sarebbe risultata decisamente meno
interessante.

Undone
Una delle scene in tecnica mista

In conclusione, Undone è una serie che consiglio più per il lato prettamente tecnico che narrativo, ma che comunque riesce ad intrattenere molto bene nel corso dei suoi 8 episodi, regalando anche qualche spunto di riflessione.

Videogiochi e genitori: 3 titoli sul tema della paternità

Attenzione: questo articolo contiene degli spoiler.

Quello dei videogiochi è sempre stato considerato un media dedicato all’intrattenimento più spensierato, distante dal poter trattare temi profondi e molto più vicino alla tamarra produzione hollywoodiana. Ma negli ultimi anni questa affermazione è stata smentita da titoli con trame profonde e articolate, allegorie e temi complessi. Il mondo dei videogiochi tripla A ha a poco a poco integrato questa dimensione narrativa più “matura” all’interno delle sue opere più importanti, ovvero quelle che cinematograficamente sarebbero viste come blockbuster milionari. In particolare vorrei soffermarmi nell’analisi di tre videogiochi vincitori di un’infinità di premi e riconoscimenti che hanno al loro interno un tema legato alla genitorialità e al rapporto padre-figlio.

God of War: un padre troppo protettivo

Videogioco God of War
Kratos e Atreus in una scena del videogioco

Il primo titolo che mi viene in mente su questo tema è God of War, un’esclusiva per PS4 uscito nel 2018 e che ha lottato con Red Dead Redemption II per il titolo di Game of the Year, uscendone vincitore. Qui abbiamo un Kratos ormai invecchiato e lontano dall’ira e dal desiderio di vendetta che lo hanno animato nelle sue apparizioni precedenti. Questa sua calma è dovuta soprattutto al figlio Aetreus: Kratos vuole infatti tenerlo lontano dalla sua natura divina, che teme possa traviarlo e farlo ricadere nei suoi medesimi errori.

Il viaggio che i due si troveranno a compiere per adempiere alle ultime volontà della madre di Aetreus è un percorso di crescita nel rapporto genitore-figlio e in Kratos stesso come genitore. In un momento particolare dell’opera Aetreus sviene e entra in uno stato comatoso a causa della repressione della sua natura divina provocata da Kratos. Solo la maturazione di Kratos come genitore (ed è qui la parte interessante: in questa storia non cresce solo il “figlio” Aetreus, ma anche e soprattutto il “padre” Kratos) gli permetterà di superare la paura di corrompere il figlio con la sua vera natura e di salvarlo. È facile quindi qui leggerci una critica all’iperprotettività dei genitori verso i figli che spesso, nel tentativo di proteggerli, finiscono solo per allontanarli e incrinare i rapporti.

The Witcher 3: un vero padre

Videogioco The Witcher 3
Geralt e Ciri

Il secondo titolo su cui vorrei soffermarmi è The Witcher 3, opera che conclude la trilogia di CD Project Red in stretta continuità con i romanzi dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski. L’opera è una vera e propria odissea investigativa alla ricerca di Ciri, figlia adottiva di Geralt di Rivia e Yennefer di Vengerberg, che nel corso dei libri l’hanno cresciuta e amata (anche se a modo loro). Il punto chiave dell’opera è che l’incarico di trovare la figlia viene affidato a Geralt dal padre biologico di Ciri, Emhyr Var Emreis che, specialmente nei libri, non si è mai interessato della figlia, se non per innescare un macchinoso complotto ai suoi danni, visto che lei è l’ultima erede di un’importante Regno nel Nord.

In The Witcher 3 viene quindi a crearsi la contrapposizione tra un padre adottivo che ama moltissimo la figlia, ma che segue uno stile di vita pericoloso, e il padre biologico macchiatosi in passato di azioni deplorevoli, ma che adesso cerca il perdono e la redenzione della figlia, a cui vuole affidare la sua eredità di imperatore.

Essendo un gioco di ruolo con scelte e possibilità di role-play, i rapporti tra i diversi personaggi possono cambiare ed evolversi in modi drasticamente diversi all’intero della narrazione. Ma alla fine di tutto rimane una domanda: chi è il padre di Ciri? Chi l’ha cresciuta o colui che vuole riappacificarsi con lei e consegnarle il destino del mondo? Forse lo sono entrambi.

The Last of Us: o tu, o il mondo

Videogioco The last of Us
Joel e Ellie

Infine vorrei trattare brevemente dell’acclamatissima esclusiva PS4 The last of Us, titolo il cui sequel uscirà a febbraio del prossimo anno (tra l’altro il capitolo originale in versione remaster sarà scaricabile gratuitamente da ottobre per gli abbonati Playstation Plus).

In questo videogioco dalla soverchiante componente narrativa assistiamo nel finale a un episodio che pone noi giocatori davanti a una pericolosa scelta morale: Joel decide di condannare il mondo pur di salvare Ellie, che ormai vede in tutto e per tutto come simulacro della figlia morta durante lo scoppio dei primi disordini. L’egoismo di Joel e il suo rifiuto di vivere nuovamente questo dolore sono così profondi da decidere che la perdita di Ellie sarebbe un prezzo troppo caro da pagare, anche se questo dovesse significare la rinuncia all’ultima speranza dell’umanità.

Si tratta di un gesto certamente estremo, ma che sottolinea come spesso, anche nella vita di ogni giorno, il resto del mondo, il popolo, l’umanità siano solo dei costrutti culturali il cui peso diviene infinitamente leggero se messo a confronto con le persone a cui vogliamo realmente bene: specialmente se si tratta di una figlia.

Demon Slayer è uno shōnen che non è uno shōnen

Non è facile parlare di qualcosa di cui parlano tutti perché spesso non resta più niente da dire. Ma non è questo il caso. Demon Slayer è stato un anime che ha creato una vera e propria schiera di appassionati e non sono riuscita a spiegarmi il motivo finché non l’ho visto. Così mi sono messa a seguirlo, aspettando pazientemente l’uscita degli episodi come non mi capitava di rifare dai tempi di Kuroshitsuji 2. Che bei tempi.

L’ambiguità di Demon Slayer

La storia è abbastanza semplice: Tanjiro, di ritorno dalla città vicina, trova la sua famiglia completamente sterminata da un demone. Soltanto sua sorella Nezuko è sopravvissuta, ma è stata trasformata in un demone. Il ragazzo decide quindi di sottoporsi a un duro allenamento per diventare un demon slayer, uno sterminatore di demoni: solo così facendo potrà avere qualche speranza di salvare la sorella e farla tornare umana.

Demon Slayer - Tanjiro e Nezuko
Tanjiro e Nezuko

Siamo in un mondo molto cupo, popolato da demoni che attaccano gli esseri umani e li uccidono in modi orribili. Quella rappresentata è anche un’epoca molto complicata: il periodo Meiji sta per terminare e l’occidentalizzazione della cultura giapponese è ormai alle porte. Vediamo grandi città, ferrovie, abiti di fattura occidentale. Vediamo un mondo profondamente cambiato che si sta lasciando alle spalle tutto il resto. In tutto questo i demoni – e con loro i cacciatori – sono l’ultima traccia di un folklore che ancora resiste, ma sta lentamente scomparendo. Eppure è proprio il più antico di tutti i demoni il personaggio che si è meglio adattato al cambiamento, lasciando indietro i suoi “compagni” come l’ultimo strascico di un mondo che vuole rinnegare.

Demon Slayer è una storia di differenze e di perdono

Anche Tanjiro e Nezuko sono orfani e abbandonati in un mondo che non riconoscono. Hanno soltanto l’un l’altro e qui sta tutta la forza (e la bellezza) del loro legame: un affetto che trascende qualsiasi differenza naturale e li tiene uniti. I demon slayer e i demoni sono nemici per natura e più volte ci troviamo a stare dalla parte dello sterminatore. Eppure l’anime cerca di mostrare anche l’altra faccia della medaglia: il punto di vista del demone.

Demon Slayer


Ogni demone ha una storia legata alla sua natura umana. Dietro la violenza e la crudeltà che di volta in volta mostrano, c’è il sentimento più umano di tutti: la paura. E proprio nel momento della loro morte mostrano tutta la loro fragilità. Vengono messi di fronte alla prova tangibile che niente è eterno: neppure loro, i più potenti.

Tanjiro può essere descritto come il classico eroe shōnen, ma le sue caratteristiche vengono smussate ancora di più. È l’unico eroe solare e ancora gioioso in un mondo cupo. Avrebbe tutto il diritto di odiare i demoni per quello che gli hanno fatto, ma è l’unico che riesce a perdonarli. È nel punto della loro morte che li tratta da esseri umani, dimostrando come la pietà possa essere ancora possibile anche nel più oscuro dei mondi.

I punti forti e le (piccole) debolezze di Demon Slayer

Demon Slayer è stato realizzato dallo studio Ufotable (lo stesso di Fate/Zero e God Eater), che ha fatto un lavoro magistrale. L’animazione non cala mai all’interno della serie, ma ha continuato a offrire pezzi di bravura soprattutto nei combattimenti, la punta di diamante di ogni buon shounen.

È impossibile staccare gli occhi dalle sequenza di battaglia: la particolarità di questo tipo di animazione è dovuta soprattutto alla scelta di rappresentare i fendenti delle spade con disegni ispirati al tratto delle opere di Katsushika Hokusai. Non è un caso infatti che le tecniche di combattimento di Tanjiro, legate all’elemento dell’acqua, ricordino molto la forza prorompente de La grande onda di Kanagawa.

Demon Slayer anime


La storia prosegue lentamente, seguendo una strada ben precisa e mostrandosi abbastanza fedele al manga di Koyoharu Gotouge. Purtroppo però si arriva alla fine (l’ultimo episodio di Demon Slayer dovrebbe uscire su VVVVID il 28 settembre) con ancora molti punti oscuri: sarà necessaria una seconda stagione per sapere cosa accadrà, ma questa non arriverà prima del 2020. L’unico neo che è stato accusato a questa serie sono i numerosi siparietti comici, considerati fuori luogo nella serietà di alcune scene. Personalmente, non li ho trovati troppo fastidiosi, ma anzi aiutavano a smorzare la tensione di alcuni episodi, contando che non avevano sempre un lieto fine.

Demon Slayer
Da sinistra, Zenitsu, Tanjiro e Inosuke

Demon slayer si propone di fare quello che uno shōnen anime dovrebbe fare (ovvero intrattenere), ma dà molto di più. È una storia di per sé molto attuale sull’accettazione per ciò che non si conosce ed è diverso da noi. Ma è anche una storia sulla forza dei legami, soprattutto familiari, che trascendono qualsiasi differenza, dimostrando tutta la loro forza nei momenti più difficili. Consiglio a tutti di recuperarlo: lasciatevi trasportare dalla bellezza del mondo arcaico giapponese e dalla forza delle sue animazioni.